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Storia del buddismo giapponese

A cura di Riccardo Marini di Villafranca

Il Buddismo giapponese merita particolare attenzione nella storia di questa religione, poiché esso rappresentò la continuazione e l’evoluzione delle antiche scuole buddiste indiane e cinesi, alcune oggi estinte nei due paesi d’origine, introdotte nell’arcipelago nipponico in epoche diverse. Inoltre, l’introduzione in Giappone della scrittura e della cultura cinese, attorno al VI secolo, fu facilitata dai rapporti di carattere religioso che i monaci di Cina e Giappone s’interscambiarono per lunghi secoli. Per questo motivo la storia del buddismo giapponese è praticamente inscindibile dalla stessa storia del paese, la cui cultura ne fu profondamente influenzata.

Il buddismo arrivò in Giappone attraverso i profughi coreani che, a partire dal IV secolo, lasciarono il loro Paese per motivi politici, portando con sé manufatti e immagini buddiste.

 

Il Periodo Asuka (538-710)

L’accoglienza della nuova religione non fu pacifica: mentre la famiglia Soga, progressista e moderna, si schierò a favore del buddismo, la famiglia Monobe, che rappresentava la classe militare più conservatrice, aveva una posizione fortemente contraria. Sfortunatamente, proprio in quell’epoca scoppiò una grave epidemia e i Monobe persuasero le autorità che gli dei shintoisti (i Kami) si erano adirati contro il Paese: questo portò alla distruzione di molte immagini e santuari buddisti.

Più tardi il Principe Shotoku (574-622 d.C.), istruito da due monaci buddisti coreani, divenne un devoto di questa nuova religione. Questo buddismo primigenio venerava soprattutto la figura del Budda Sakyamuni: prima ancora che il raggiungimento del Nirvana i fedeli speravano di ottenere, attraverso le preghiere, vantaggi materiali quali la reincarnazione in una condizione migliore, delle guarigioni o l’espiazione dai peccati commessi. Un rituale caratteristico era rappresentato dall’hojo, che consisteva nella messa in libertà di uccelli o di altri piccoli animali selvatici, che simboleggiava proprio la liberazione dai peccati. Pratica frequente era anche il Sai-e, cioè l’astinenza dai cibi prelibati e specialmente dalla carne.

Nel 679 l’imperatore Tenmu definì le regole monastiche che avrebbero regolato la vita dei monasteri, sino a dettagliare il colore degli abiti dei monaci: lo stato controllava centralmente la religione che, comunque, cominciava ad essere un sincretismo tra Shintoismo e buddismo, il cosiddetto Shimbutsu-shugo. I Kami, cioè gli dei shintoisti, erano esseri misericordiosi, pronti a intervenire per la salvezza degli esseri umani, e potevano manifestarsi sotto l’aspetto di divinità, personaggi, animali sacri o esseri illuminati. L’analogia con i bodhisattva buddisti era pertanto fortissima. Alcuni monaci buddisti acquisirono con il tempo la fama di essere dei bodhisattva. L’esempio più lampante fu quello di Gyogi, un bonzo (monaco) itinerante, che non si limitò a predicare gli insegnamenti buddisti, ma istruiva i contadini sui lavori della campagna, su come curare le malattie, sulle tecniche di costruzione di ponti ed impianti di irrigazione. Molti monaci seguirono questo esempio: fu così che il buddismo mise radici profonde e fertili nel cuore del popolo giapponese.

Le scuole buddiste del periodo di Nara (710-784)

Con le “sette buddiste di Nara” si intendono le sei scuole nate in questa città durante il periodo Nara (710- 784) in cui essa fu capitale imperiale. Le più diffuse furono la Ritsu e la Kegon, che ebbero in comune la venerazione verso l’Adi-Budda Vairocana, rappresentazione del Dharmakāya e di tutti i Dhyani Budda (Budda cosmici). La scuola Kegon attirò l’attenzione dell’imperatore Shōmu (regno: 724-749), che fece erigere a Nara il tempio Tōdai-ji dove poi pose, nel 752, l’enorme statua del Budda Vairocana, il Daibutsu. Durante il periodo Nara fu la scuola buddista preferita dalla corte imperiale per la sua dottrina religiosa che poteva essere rispecchiata in una dottrina politica unificante lo Stato. Il suo tempio, il Tōdai-ji, fu per due secoli il tempio principale dove avvenivano le ordinazioni monastiche. Esso fu poi eclissato dall’Enryaku-ji della scuola Tendai. Forse sarebbe più corretto denominare queste sette del periodo Nara più semplicemente come scuole, oppure come diversi “indirizzi di studio”. Allora era cioè possibile che i monaci seguissero i loro studi e facessero la loro preparazione, assistendo all’insegnamento di più di una scuola, senza che venisse impartito loro un credo preciso di una specifica setta. Queste sei scuole persero importanza, col tempo, a seguito della nascita di quelle successive, sorte dopo che la capitale fu trasferita a Heian (l’attuale Kyoto).

Le due scuole buddiste nate nel periodo Heian (794-1185)

Il periodo Heian fu culturalmente molto ricco e rappresentò un periodo di apogeo sia per l’assimilazione della cultura cinese e del buddismo sia per la produzione letteraria, ma anche per lo sviluppo di una raffinatissima cultura aristocratica. In questo periodo l’autorità politica dell’imperatore iniziò ad affievolirsi, favorendo l’ascesa al potere della classe militare (bushi) che dominò il Giappone in tutto il periodo a seguire, fino alla modernizzazione avvenuta con la Restaurazione Meiji nel 1868. In tale periodo nacquero le due seguenti scuole:

  • Tendai (fondata nell’806 dal monaco Saicho)
  • Shingon (fondata dopo l’823 dal monaco Kukai)

Alla fine del periodo Heian (= l’attuale Kyoto; 794-1185), il Bushido (= la Via del Guerriero) divenne il codice d’onore e di comportamento dei Samurai. Esso fu incentrato sui valori di lealtà, devozione ed onore e, sin dall’inizio, fu fortemente influenzato dalle dottrine delle varie correnti del buddismo giapponese, dallo Zen in particolare, ma anche dalle tradizioni/dottrine shintoiste e confuciane.

La scuola Tendai
Il fondatore della scuola Tendai fu il monaco Saicho (767-822) che viaggiò lungamente in Cina, anche come membro di missioni diplomatiche ufficiali. Tale scuola, tutt’ora esistente, si fonda principalmente sul Sutra del Loto, con l’aggiunta di alcuni elementi esoterico-tantrici, sulla meditazione di tipo Chan/Zen e sulla venerazione del Dhyani-Budda Amitaba. I vari templi Tendai che sorsero in questo periodo crearono anche, ed organizzarono, il monachesimo militare dei Sohei (letteralmente “monaci-soldati”) che all’inizio avevano soltanto il compito di mantenere l’ordine all’ interno dei monasteri e proteggerli da eventuali attacchi esterni, ma che in seguito divennero veri e propri eserciti, molto ben armati e addestrati, fino a combattere vere guerre, anche veramente spietate, contro gli eserciti di altri monasteri.

La scuola Shingon
Per quanto invece attiene al buddismo Shingon, tuttora esistente, esso s’impernia sul buddismo tantrico-esoterico (Mikkyo) che poneva al proprio centro la venerazione dell’Adi-Budda Mahavairocana/Dainichi Niorai (Vairocana), il “Budda cosmico” che è la personificazione della Buddità/Verità Suprema/Vacuità. Secondo tale scuola la natura del Budda Mahavairocana (Dainichi Nioray) è presente in ogni uomo come “seme” dell’illuminazione (Bodhicitta). Ogni uomo può perciò raggiungere l’illuminazione anche in una sola vita, riscoprendo in sé tale natura di Budda. Questa si può ottenere solo una volta che sia cessato il ragionamento razionale e al suo posto vengano praticate delle tecniche esoteriche/tantriche che utilizzano la meditazione su immagini simboliche, quali mandala o thanka, la recitazione di formule sacre o mantra e l’esecuzione di una gestualità basata su posizioni delle mani e del corpo o mudra. Si tratta comunque di tecniche ed insegnamenti segreti che possono essere rivelati solo agli iniziati qualificati. La dottrina dello Shingon, con il suo fitto universo di simboli visivi, divenne una sorgente inesauribile di opere d’arte tipicamente giapponesi.

Le tre scuole buddiste nate nel periodo Kamakura (1185-1333)

Nel periodo in cui la capitale dell’impero giapponese fu localizzata a Kamakura, sorsero le tre principali scuole seguenti:

  • Jodo / Terra Pura (fondata nel 1175 dal monaco Honen)
  • Zen (fondata attorno al 1230 dal monaco Dogen)
  • Nichiren (fondata nel 1253 dal monaco Nichiren)

Le scuole della “Terra Pura” o Jodo
Da un punto di vista storiografico il culto del Dhyani-Budda Amitābha si è probabilmente sviluppato alla fine del I secolo, circa cinque o sei secoli dopo la predicazione del Budda storico, e poco tempo dopo la resa scritta dei primi sutra Mahayana. Il buddismo della Terra Pura è fondato su diversi Sutra della Terra Pura. I principali sono: il Sutra della Vita Infinita, o Sukhāvatīvyūha Sūtra lungo; il Sutra di Amitabha, o Sukhāvatīvyūha Sūtra corto; il Sutra della Contemplazione, o Amitayurdhyana Sutra. Tutti questi sutra furono introdotti in Cina nel 150 circa dal monaco parto An Shih Kao e dal monaco kushan Lokakṣema. Essi descrivono, tramite un discorso del Budda storico Gautama-Sakyamuni ai discepoli prediletti, il Dhyani- Budda Amitabha (nominato anche nel Sutra del Loto) e la sua paradisiaca Terra Pura, chiamata Sukhavati. Secondo questa scuola, anche in una sola vita, un fedele poteva invocare il Dhyani-Budda Amitaba per rinascere nella sua Terra Pura e qui diventare un bodhisattva, a beneficio di tutta l’Umanità, o procedere all’entrata nel Nirvana. La futura scuola della Terra Pura cominciò ad acquisire la sua influenza in ambito Mahayana nel II-III secolo e la fama di Amitabha si diffuse rapidamente in Cina. Nel 402, il monaco Huìyuan radunò un’assemblea di praticanti devoti ad Amitabha e diede origine formalmente, in Cina, alla corrente autonoma della Terra Pura o Jìngtǔ zōng, fondando un monastero sulla cima del Monte Lushan. Il lignaggio è fatto però risalire a Nāgārjuna, il monaco indiano del II secolo, fondatore della scuola dei Mādhyamika e considerato il primo patriarca delle scuole Mahāyāna. I rituali furono sistematicizzati ad opera di Shan-tao (613-681), un maestro considerato dai fedeli un’incarnazione del Budda Amitabha, ed il più importante maestro del lignaggio cinese. La filosofia amidista procedette quindi a diffondersi in Giappone, dove crebbe più lentamente: Honen Shonin (1133-1212), un monaco Tendai, stabilì definitivamente il buddismo della Terra Pura come una scuola indipendente in Giappone con il nome di Jodo Shu (1175), ricevendo un grande seguito. Dagli insegnamenti del suo discepolo Shinran nacque la Jodo Shinshu o buddismo Shin, il secondo gruppo amidista del Giappone.

Le scuole Chan/Zen
Le scuole del buddismo giapponese Zen derivano strettamente, per lignaggi, dottrine e testi, da quelle del buddismo Chán fondato in Cina dal leggendario monaco indiano Bodhidharma (Iran, 483 circa – Tempio di Shao-lin-su, 540), che faceva risalire il proprio lignaggio direttamente al Budda, tramite uno dei dieci discepoli principali di quest’ultimo, Mahākāśyapa. Le credenze delle scuole Chan/Zen furono trasferite nell‘arcipelago giapponese da monaci Tendai di ritorno dai loro viaggi in Cina. Successivamente esse furono esportate da monaci cinesi, missionari in Giappone. L’introduzione in Giappone del buddismo Zen, come scuola autonoma, ha avuto un processo piuttosto sofferto. Tali difficoltà non si riscontrarono tanto nel trapianto di dottrine, testi e lignaggi, quanto piuttosto nel rendere autonomo lo Zen dalla scuola Tendai. Il monaco giapponese Dōgen (1200-1253) studiò in Cina sul Monte Tiantong, ove ottenne il certificato di “illuminazione” ed il lignaggio di trasmissione della scuola Chán Caódòng. Tornato in Giappone nel 1225, Dōgen si trasferì nel 1230 nel tempio Anyo-in, alla periferia di Kyoto. Qui fu il primo a consumare una frattura definitiva con la scuola Tendai, fondando la scuola giapponese Zen Sōtō. Le credenze del buddismo Zen s’incentrano tutte sulla pratica meditativa zazen, su una cura particolare nella trasmissione del “lignaggio da mente a mente” (ishin-denshin, ovvero da maestro a discepolo senza l’utilizzo delle parole), ed infine su una peculiare tecnica d’illuminazione fondata sui koan. Quest’ultimi consistono in affermazioni o racconti paradossali che vengono utilizzati da un maestro per aiutare la meditazione di un discepolo, durante la quale una intuizione improvvisa genera l’illuminazione profonda o “satori”, che rivela la realtà ultima della vita. Minore attenzione viene invece dedicata allo studio dei sutra. Le scuole Zen Rinzai e Sōtō sono, unitamente all’associazione laica di derivazione Nichiren Soka Gakkai, le scuole buddiste giapponesi più diffuse oggi in Occidente.

La scuola Nichiren
Nichiren (1222-1282) proclamò la supremazia assoluta del Budda trascendente Sakyamuni e del Sutra del Loto. Il suo atteggiamento, come quello della scuola da lui fondata, fu sempre molto intransigente. Incapace di accettare compromessi di qualunque tipo, creò situazioni di tensione, quando non di aperto conflitto, con praticamente tutte le altre scuole buddiste. Il modo di procedere dei seguaci più ortodossi, soprattutto nei confronti delle altre correnti buddiste, era formulato con l’espressione fuju-fuse, che letteralmente significa “niente dare, niente ricevere”. Questa direttiva vietava esplicitamente ai monaci Nichiren di avere contatti e scambi con monaci, laici o seguaci delle altre scuole. Inoltre, non solo i monaci ma anche i loro familiari dovevano diventare fedeli della scuola. Quando un signore feudale si convertiva alla dottrina Nichiren, egli era tenuto, con ogni possibile mezzo, a persuadere alla conversione tutti i suoi sudditi, contadini, artigiani o soldati, e tutti coloro che vivevano nel suo feudo, convincendoli ad accettare la dottrina e la recita, come mantra, del titolo stesso del Sutra del Loto, e cioè: “Nam-myoho-renge-kio”.

 

L’evoluzione delle scuole buddiste sino a metà del XIX secolo

Successivamente alla loro fondazione le cinque principali scuole buddiste sopra descritte sopravvissero, ma subirono varie mutazioni a seguito di scismi ed interpretazioni di singoli monaci preminenti. Essi diedero origine ad una serie di correnti interne, in cui il credo professato veniva praticato con varie sfumature più o meno accentuate. Il buddismo, in ogni caso, costituì in tutte le sue forme il denominatore comune della vita dei giapponesi.

Ne è una tipica dimostrazione il fatto che, tra il 1600 e il 1800, si affermò in Giappone il cosiddetto sistema danka. Esso prevedeva che tutte le famiglie di un territorio fossero assegnate a un tempio e che il bonzo in carica ne comunicasse la lista alle autorità locali. Il bonzo era spesso sposato e, in questo ufficio “anagrafico”, gli succedeva normalmente il figlio primogenito. In mancanza di un figlio maschio, una delle figlie si sposava con un giovane disposto a farsi monaco. Dopodiché il giovane veniva adottato dalla famiglia e prendeva il casato del suocero. Le mansioni del bonzo erano assimilabili a quelle dei nostri preti di parrocchia: celebrava funerali e insegnava ai bambini la dottrina buddista. A tutto ciò si aggiungeva la gestione della Tera-koya, una sorta di scuola di rione in cui veniva insegnato ai bambini a leggere e scrivere. Fu proprio grazie a questo sistema che l’analfabetismo scomparve in Giappone, sia in città che in campagna, molto prima che in Europa. In realtà questo sistema fu ideato per ostacolare la conversione della popolazione al cristianesimo: chi non frequentava il tempio veniva convocato e interrogato e, se cristiano, gli veniva chiesto di rinnegare la sua fede. Chi si fosse rifiutato poteva essere anche ucciso. Tuttavia, molti cristiani nella loro semplicità trovarono il modo per sottrarsi alle persecuzioni: essi cominciarono a usare nelle loro preghiere le immagini del bodhisattva Guanyin, che per loro rappresentava la Vergine Maria. Ne derivò la figura sincretica di Maria-Kannon.

Il buddismo nel Periodo Meiji

La modernità inizia in Giappone nel 1868 con il Periodo Meiji, che incise profondamente nella cultura e nelle tradizioni di questo paese. Tale periodo fu avviato dalla minaccia militare statunitense provocata dalla spedizione del commodoro Matthew Calbraith Perry (1794-1858) che forzò il Giappone nel 1853 ad aprire i suoi porti ai commerci con l’Occidente. Successivamente a questo evento l’imperatore abolì lo Shogunato, cancellò la suddivisione in caste, ivi compresa quella dei samurai, e aprì definitivamente all’Occidente e alla sua cultura. Anche le scuole religiose risentirono profondamente dei cambiamenti apportati da questa era ad incominciare proprio dal buddismo, che vide ridursi drasticamente l‘attenzione dello Stato nei suoi confronti, a causa del ritorno della nazione a conferire priorità alla fede shintoista tradizionale. Ciò perché quest’ultima vedeva nell’Imperatore, oltre che il suo rappresentante, la manifestazione terrena della divinità Kami Amaterasu. La proclamazione dello Scintoismo come religione di Stato e la perdita dei favori governativi, nonché la dichiarata separazione tra le due religioni, provocò un generale disorientamento nelle scuole buddiste. A livello della popolazione questo cambiamento non incise più di tanto sul sincretismo, comunissimo tra i giapponesi, che accompagnava la fede scintoista alle credenze buddiste. Tuttavia, i cittadini giapponesi furono obbligati a registrarsi presso i templi locali scintoisti, i cui sacerdoti erano ordinati direttamente dal Governo imperiale. Tutto ciò finì per provocare una vera e propria persecuzione del buddismo da parte del Governo, che provocò la chiusura di oltre quarantamila templi buddisti, la riduzione forzata allo stato laicale di migliaia di monaci e la cancellazione di qualsiasi presenza buddista all’interno dei santuari scintoisti. Ciò provocò alcune sanguinose ribellioni da parte della popolazione: i contadini, in particolare, insorsero a difesa dei monaci buddisti richiedendo l’intervento dell’esercito imperiale. Questa situazione di tensione durò fino al 1871, quando il Governo decise di trovare un accordo con la comunità buddista giapponese. Superate queste gravi crisi, il buddismo giapponese dovette confrontarsi con le missioni cristiane che si andavano diffondendo lungo il paese, parallelamente alla sua occidentalizzazione. Questo confronto contribuì alla nascita di associazioni laicali buddiste e alla promozione organizzata di attività caritatevoli, peraltro già presenti nei templi fin dalla fondazione di questa religione.

 

Il buddismo secondo la Via imperiale (Kōdō Bukkyō)

Con il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, il governo imperiale sottomise tutte le religioni ad uno stretto controllo per assicurarsi il loro appoggio nell’imminente conflitto. Già a partire dall’inizio della seconda guerra contro la Cina, nel 1937, l’appoggio delle scuole buddiste giapponesi nei confronti del Governo fu dunque pressoché unanime, e tale da far varare una nuova forma di buddismo che istituiva la sua netta subordinazione alla figura dell’imperatore: il Kōdō Bukkyō (= Il buddismo secondo la Via imperiale). Alcuni alti esponenti della classe militare ebbero importanti frequentazioni con le scuole Zen durante il conflitto e tutte le scuole buddiste appoggiarono le guerre intraprese dal Giappone a partire dal XX secolo. In particolare, ciò che spinse il buddismo giapponese ad appoggiare acriticamente il governo imperiale durante la Seconda guerra mondiale, fu la genuina convinzione che tale guerra fosse una “guerra santa“, una guerra di liberazione e di riscatto dell’intero continente asiatico nei confronti del colonialismo occidentale. I soldati giapponesi furono quindi allora considerati dai buddisti giapponesi come dei veri e propri bodhisattva.

Il buddismo dal secondo dopoguerra a oggi

La Seconda guerra mondiale terminò per il Giappone il 15 agosto 1945, con la sua sconfitta da parte degli Stati Uniti d’America. Tra le clausole del trattato di pace, i vincitori ottenerono una radicale rivisitazione della politica interna giapponese e un ridimensionamento delle dottrine scintoiste, in particolare quella che prevedeva la divinizzazione dello stesso Imperatore. Ciò rappresentò anche la fine dello stesso Kōdō Bukkyō e dello stretto controllo statale sulle scuole buddiste. Quest’ultime restarono a lungo in silenzio sui crimini di guerra perpetrati dal Giappone dall’invasione della Cina sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, consapevoli di aver dato un deciso sostegno allo Stato imperiale durante tale periodo. Il dottor D.T. Suzuki (Suzuki Daisetsu, 1870-1966) fu tra i primi ad aprire il dibattito circa la “questione morale” del coinvolgimento religioso buddista nella guerra, a partire dal 1946.

Nonostante l’intervento di intellettuali come Suzuki, le scuole buddiste giapponesi rimasero a lungo in silenzio su questi temi. Una presa di posizione ufficiale riguarda solo alcune di queste scuole: la scuola Jōdo Shin dichiarò, il 2 aprile 1967, che il proprio sostegno alla guerra fu: «un’espressione di grande ignoranza e impudenza da parte nostra. Nel ricordarlo ora veniamo presi da un senso di vergogna da cui non troviamo scampo… ». La scuola Zen Sōtō pubblicò anch’essa, ma solo nel 1992, una “dichiarazione di pentimento“. Un accenno critico nei confronti del sostegno alla guerra è contenuto anche in una dichiarazione datata giugno 1994, da parte di un ramo della scuola Tendai.

Il Dopoguerra ha visto anche la massiccia diffusione di nuove scuole laiche, soprattutto di ispirazione Nichiren, come la Soka Gakkai e la Risshō Kōsei Kai. Tra le nuove scuole laiche un caso particolare è quello di Shinnyo-en (= Giardino senza Confini della Verità) che nasce dalla scuola Daigo del buddismo esoterico Shingon. Il buddismo esoterico Shinnyo è praticato contemporaneamente da laici e monaci. La tradizione Shinnyo è poi integrata da insegnamenti tradizionali Theravada, Mahayana e Vajrayana uniti a insegnamenti e pratiche stabilite dal Maestro fondatore di Shinnyo-en, Gran Maestro del buddismo Shingon.

Secondo gli studiosi statunitensi Richard H. Robinson e Willard L. Johnson i sondaggi di opinione indicherebbero che molti giapponesi non si identificano più in una religione specifica. L’interesse per il buddismo riguarda essenzialmente due differenti gruppi: il mondo rurale, che per tradizione secolare si rivolge ai templi locali per i servizi religiosi, e la classe colta delle città, che si rivolge al pensiero buddista come “filosofia critica” o “tecnica meditativa” di tipo psicoterapeutico o spirituale. Gli altri giapponesi si rivolgono alle scuole buddiste come buddismo funerario per la funzione sociale a cui sono relegati molti dei monaci buddisti, coinvolti al solo scopo di celebrare quel genere di funzioni religiose.

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