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Buddismo cinese

A cura di Riccardo Marini di Villafranca

 

Il buddismo cinese è il frutto dell’intensa attività missionaria verso la Cina di importanti rappresentanti del buddismo dei Nikāya/Hinayana e del buddismo Mahāyāna provenienti dall’India e, soprattutto, dall’Asia Centrale e dei contributi di maestri locali, che continuarono questa tradizione o ne dettero nuove e cruciali interpretazioni. Apporti rilevanti raggiunsero la Cina anche per la “via meridionale”, fino al formarsi di una rete culturale estremamente importante nella storia dell’Asia e delle civiltà influenzate dalla cultura cinese, come il Giappone, la Corea e il Vietnam e alcuni regni sinizzati dell’Asia continentale.

Documenti storici influenzati da leggende posteriori, ma sostanzialmente attendibili, parlano di una prima introduzione del buddismo in Cina nell’anno 64 d.C. L’apice culturale del buddismo cinese avvenne sotto la dinastia Tang (618-907), mentre in epoche posteriori si assistette ad una certa decadenza dovuta alla perdita del favore imperiale, all’interruzione dei contatti diretti con l’India, dove il buddismo si estinse, e ad un rinato interesse per la filosofia e le religioni autoctone, come Confucianesimo e Taoismo. Le scuole buddiste più importanti dell’epoca Tang furono la Tiāntái, la Zhēnyán e la Huāyán. Di poco posteriore, ma in seguito molto influente, si deve ricordare la scuola Chán. Meno influente nella storia del Buddismo cinese, ma importante per i favori che ricevette dalla corte imperiale fino all’ultima dinastia, sarà il buddismo tibetano o vajrayana. Alcune di queste scuole sopravvivono in paesi di antica influenza cinese, soprattutto in Giappone.

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