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Scuola Tendai

A cura di Riccardo Marini di Villafranca

MONACO INIZIATORE: Saicho ovvero Dengyō Daishi (767 – 822)

DIVINITÁ VENERATA: l’Adi-Budda Amitabha

Amitabha/Amida viene adorato con fede quasi cieca e con sfumature pressoché monoteistiche. Questa scuola rappresenta uno sviluppo singolare all’interno del buddismo Mahayana, di cui accetta gli insegnamenti fondamentali, quali: la Vacuità del mondo reale, i tre Corpi del Budda (= Trikaya), la buddità come condizione innata (hongaku, o illuminazione intrinseca) di ogni essere senziente (che occorre solo risvegliare), la presenza dell’Adi-Budda e dei Dhyani-Budda, etc.

 

DOTTRINA

  1. Il Sutra del Loto è il più importante di tutti i sutra del buddismo Mahajana, indicato come il culmine di tutti i sermoni tenuti dal Budda storico Sakyamuni. Ciò è profondamente condiviso dalla scuola Shingon, ed entrambe assegnano la stessa scala d’importanza degradante agli altri sutra del Mahayana.
  2. Ogni essere senziente ha in sé la natura di Budda, la capacità cioè di raggiungere, anche in una sola vita, l’illuminazione, cioè la Buddità. Non solo gli esseri umani posseggono tale qualità intrinseca, ma anche i grilli, le montagne ed i fiumi, le messi e gli alberi. La realtà di questo mondo sarebbe quindi di per sé stessa Buddità/Tathagata. Il Budda Śākyamuni non era che una manifestazione realizzata di questa natura.
  3. La dottrina del Tendai si fonda su un originale sviluppo della scuola indiana Madhyamaka fondata da Nāgārjuna nel II secolo. Questa dottrina sostiene che dal punto di vista della Verità Assoluta tutta la Realtà che ci appare è impermanente dal punto di vista temporale e, nel contempo, vuota d’identità propria, cioè dipendente dagli altri fenomeni concausali. A queste due evidenze si può tuttavia arrivare solo tramite la Verità convenzionale, dove i singoli fenomeni vengono invece percepiti come distinti ed individuali. La sintesi esperienziale di queste due Verità, apparentemente contraddittorie, porta alla realizzazione della terza verità, la Verità di mezzo. Quest’ultima, partendo dall’evidenza che non si può evitare la sofferenza, l’ignoranza o la delusione, porta a comprendere come tutte queste difficoltà umane siano potenzialità d’illuminazione. Non è necessario eliminare una qualsiasi causa di sofferenza, ignoranza, delusione… non c’è un cammino speciale da percorrere. La nostra vita e la nostra morte sono manifestazioni del Nirvana. Non c’è altro Dharma (= Realtà Ultima, Verità) che la realtà stessa… che vissuta pienamente, accettando la non-dualità, diventa simile al Nirvana. Grazie a questo insegnamento, che rivaluta le potenzialità spirituali della realtà di tutti ed attua una riconciliazione con i più ascetici insegnamenti buddisti, si genera una rivalutazione di tutti gli aspetti della bellezza, dell’estetica, della poesia, dell’arte e in generale di tutte le attività umane. Ciò rese più facile l’accettazione del buddismo Tantrico Tendai/Shingon alla società aristocratica giapponese del tempo.
  4. Vi è equivalenza tra le pratiche essoteriche, cioè meditative e dottrinali, e quelle esoteriche (Mikkyō) apprese da Saichō inizialmente in Cina e poi direttamente in Giappone mediante contatti con il fondatore della scuola Shingon, Kukai. Tale equivalenza era stabilita da Saichō anche sul piano del conseguimento dell’illuminazione che, seguendo una di queste due vie, poteva realizzarsi in una singola vita. Kūkai invece riteneva l’esoterismo prevalente sulla dottrina e la meditazione.
  5. Amitabha, il Budda della Terra Pura, è il Budda che presiede a Sukhavati – la Terra Pura o Terra della Beatitudine, una terra mitica di pace e beatitudine situata, secondo la tradizione, nell’estremo Occidente. La leggenda racconta di come il bodhisattva Dharmakara, in un’epoca remota, avesse fatto voto, ponendolo come condizione alla propria illuminazione, di creare una Terra Pura in cui chi vi fosse rinato non sarebbe più stato soggetto ad altre rinascite, ed avrebbe potuto raggiungere pertanto in quel luogo di beatitudine l’Illuminazione suprema. Portato a compimento il proprio voto, Dharmakara divenne il Budda Amitabha (“Luce infinita”) la cui missione salvifica è proprio quella di accompagnare nella sua Terra Pura tutti coloro che abbiano fatto voto di rinascervi, escluso solo chi abbia compiuto anche una sola delle cinque colpe: uccisione del padre o della madre, uccisione di un Arhat, offesa a un Budda o provocazione di uno scisma nella comunità.

 

PRATICHE RELIGIOSE

  • Vengono svolte preghiere e cerimonie (Nembutsu) intese a venerare il Dhyani-Budda Amida/Amitabha e la sua Terra Pura, consistenti nella recitazione ripetuta (quasi ossessiva, in qualche caso) del suo nome. A ciò è poi associato un programma monastico di perfezionamento, durante il quale, per 90 giorni di ritiro spirituale, si pratica la circumambulazione di una statua di Amitabha, recitando incessantemente il suo nome.
  • Viene praticata la meditazione Dyana/Samadhi che consiste in uno stato di assorbimento del proprio sé fisico per potere concentrarsi incondizionatamente su un argomento/tema di contemplazione prefissato. Essa si può cioè scomporre nei due seguenti stadi successivi.

Samatha: profondo assorbimento della propria mente su un oggetto di meditazione. Si può fare un esempio semplice (per comprendere!) tratto dalla vita di tutti i giorni. Per il pescatore che usa un galleggiante, l’assorbimento si concretizza quando il sughero s’immerge nell’acqua: un pesce sta abboccando! In tali momenti il tempo si arresta, la mente viene assorbita e si fonde con l’oggetto di concentrazione. L’evento cattura completamente l’attenzione del pescatore: egli non perde l’udito, la vista o le altre indispensabili funzioni vitali e senzienti. Se così non fosse sarebbe impossibile riuscire a portare quel pesce a riva! In questa fase però di “meditazione serena” si cerca di concentrare la propria attenzione su una singola problematica sino a che la mente entra in una condizione di profondo quasi-trance. Si sviluppa allora un grado di focalizzazione della mente, che la quieta ed elimina ogni impurità come odio, brama, sensualità, e così via. Tuttavia, se si cessasse di meditare a questo stadio ben presto tutte le sensazioni/sentimenti negativi potrebbero rapidamente rimpossessarsi della nostra mente.

Vipassana: visione della “Realtà” in maggiore profondità, che permette all’uomo di raggiungere l’intuizione profonda e quindi consente di scorgere la natura vera della realtà. Questo permette di superare i condizionamenti causati dallo stato di dolore, di angoscia, di tormento, di preoccupazione terrena, che vincolano gli esseri viventi al doloroso Samsāra. L’obiettivo perseguito è quello di coltivare la saggezza interiore. Si tratta di sviluppare un grado crescente di consapevolezza per percepire a fondo le reali caratteristiche dell’esistenza: impermanenza e interdipendenza di ogni cosa (la cosiddetta “Vacuità”).

  • Vengono svolte delle pratiche esoteriche che sono abbastanza simili a quelle adottate dalla setta Shingon. Sia il monaco Kukai che Saicho studiarono in Cina tali pratiche. Saicho ne era meno esperto e quindi, al suo ritorno in Giappone, ne richiese un approfondimento a Kukai, per poi consigliarle anche ai propri discepoli. Esse vengono svolte secondo le due tecniche seguenti:

Tecniche Shingon= Tomitsu: vengono considerate il più alto insegnamento del buddismo Maha-yana. Utilizzano i due mandala del Diamante e del Grembo (vedi setta Shingon).

Tecniche Tendai=Taimitsu: sono considerate solo un mezzo per meglio comprendere la profondità del Sutra del Loto. Utilizzano oltre ai due sopra menzionati, un terzo mandala basato sul Susiddhikāra Sūtra, con il quale si attuano delle pratiche tantriche dedicate e speciali.

IL SUTRA DEL LOTO

Il Sutra del Loto, o meglio Sutra del Loto della Buona Dottrina, è uno dei testi più importanti nell’enorme corpus della letteratura del buddismo Mahāyāna, contenuto nel Canone (= raccolta di tesi sacri) cinese e nel Canone tibetano. Esso si compone di 27 capitoli. Secondo alcuni filologi il Sutra del Loto fu probabilmente composto nella sua forma definitiva tra il I e il II secolo d.C. in Kashmir o forse nel Gandhāra o ancora nei pressi di Kāpīsā (l’odierna Begram, in Afghanistan), territori allora inseriti nell’Impero Kushan. Alcune parti del testo sembrerebbero posteriori e potrebbero essere state aggiunte a più riprese fino al VI secolo in Cina. Altre parti, segnatamente i capitoli I, XIX e XVII, sembrerebbero risultare invece più antichi, anche precedenti alla nostra era.

Nel Mahāprajñāpāramitāśāstra, testo attribuito a Nāgārjuna (II-III secolo d.C.) e tradotto dal sanscrito al cinese da Kumārajīva nel V secolo d.C., si sostiene che il Sutra del Loto è il più importante di tutta la collezione dei 38 Prajñāpāramitā Sūtra, in quanto proclama che anche i seguaci dello Hīnayāna possono raggiungere la suprema bodhi (Buddità, illuminazione), poichè stanno già operando come dei Budda.

L’intera ambientazione del Sutra del Loto è sovrannaturale; in esso, dal primo capitolo all’ultimo, non c’è nulla che pretenda di essere storico. Nella Bibbia, per esempio, i miracoli hanno luogo nella Storia, essi compaiono all’interno di un resoconto storico. Ma nel Sutra del Loto, sebbene ci siano brevi riferimenti agli eventi storici, il lettore comprende fin dall’inizio che i miracoli hanno luogo all’interno di un racconto. E tali racconti sono degli espedienti, degli abili mezzi, per impartire gli insegnamenti. Non hanno la pretesa di essere dei resoconti storici. È importante precisare che in esso non viene in alcun modo smentito o definito obsoleto “l’insegnamento storico” del Budda Shakyamuni, in quanto vengono riaffermati le quattro Nobili Verità, l‘Ottuplice Sentiero e i tre Gioielli (Budda, Dharma-Legge Suprema, Sangha-Comunità).

Tradizionalmente sono due i capitoli considerati centrali in questo sutra: il capitolo II, e il capitolo XVI, che peraltro risultano tra le parti più antiche dello stesso sutra. Nel capitolo II, dietro l’insistenza del discepolo Śāriputra, il Budda espone il Dharma descrivendo semplicemente la realtà per come essa è. Ciò significa imparare a porre in continuo contatto la propria esistenza (= Realtà convenzionale di essere sofferente) con la Realtà assoluta (= Vacuità dell’esistenza). Solo per mezzo di questo incontro, che si realizza con le pratiche meditative (delle scuole Tiāntái e Tendai o la recitazione del daimoku per il buddismo Nichiren), si può raggiungere la “Terza Verità, quella ultima” la quale, essendo “ultima”, deve necessariamente comprendere sia la “Verità assoluta” che quella “convenzionale” (individuale e mondana).

Nel capitolo XVI il Budda Śākyamuni dichiara che egli non è soggetto a morte ma, come Tathāgata (= manifestazione del Budda), è sempre esistito e sempre esisterà. Tutti gli esseri hanno in sé la natura di Budda e possono operare per “realizzare” questa natura, che quindi è per loro una ricchezza interiore concretizzabile (capitolo XX del Sutra del Loto). La predica-sermone, di cui si narra nel sutra, è frequentata non soltanto dagli esseri umani ma da ogni sorta di esseri provenienti da infiniti mondi. In tutto il testo, i Budda e i bodhisattva vengono in questo nostro mondo per chiedere al Budda Śākyamuni d’illustrare il Sutra del Loto, che qui equivale al Dharma. È nel mondo saha che i Budda e i bodhisattva degli altri mondi e degli altri tempi vengono a lodare Śākyamuni. Il mondo saha è il nostro’ mondo, la Terra, luogo dove tutti sono soggetti al ciclo di nascita-morte (= Saṃsāra), un mondo corrotto, ma anche potenzialmente puro, dove gli esseri si debbono esercitare nella pazienza e nella sopportazione, con piena compassione per tutti gli esseri viventi.

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