Vita e vicende di Tamerlano, “Timur Lo Zoppo”
Il testo che segue è tratto dal libro di Stefano Berra “Le Vie della seta. Duemila anni di storia e storie da Costantinopoli a Xian”, edizioni Infinito.
Indice della pagina:
- La nascita di un guerriero
- Timur, Tughluk Temur e la vittoria sui mongoli
- Amir, il grande principe
- Il confronto con Toktamish e l’Orda d’Oro
- Conquista della Persia e del Sultanato di Delhi
- Il confronto con gli ottomani
- Alle porte d’Europa, amico o nemico?
- L’ultima grande spedizione e la fine di Amir Timur
- Il personaggio storico
- L’eredità di Tamerlano oggi
Il piccolo Timur nacque nel villaggio di Khoja Ilghar vicino all’odierna Shahrisabz, nei pressi di Samarcanda, intorno al 1336. Il padre, Taragai (che significa “allodola”, nome che si fa risalire alla tradizione totemica e sciamanica, era il capotribù del clan dei Barlas, una piccola popolazione nomade di origine turco-mongola. Trascorse la giovinezza correndo incontro alle carovane delle Vie della Seta che passavano vicino al suo villaggio, e ben presto cominciò a farsi notare grazie alle sue abilità militari durante le scorribande con i tartari, le tribù di origini turche provenienti dalle zone della Russia meridionale e dalla Mongolia.
Timur, Tughluk Temur e la vittoria sui mongoli
In quegli anni giunse in queste regioni Tughluk Temur, membro della famiglia Chagatai che discendeva direttamente da Gengis Khan, khan di una delle zone di espansione in cui era stato suddiviso l’impero mongolo. Tughluk Temur era a capo della confederazione tribale che controllava la regione, all’interno dell’impero mongolo ormai sulla via del declino, ed il suo scopo era di riprendere i territori persi in una precedente battaglia contro l’emiro di Samarcanda, in seguito alla cui morte si erano poi creati disordini per la successione. Tutti i principi di Samarcanda scapparono “come le quaglie sotto l’ombra del falco”, come riportano testimonianze dell’epoca, e soltanto un guerriero restò ad aspettare l’arrivo dei Mongoli: Timur. Il Khan mongolo, trovandosi di fronte un giovane dal grande coraggio, prima di ripartire nuovamente verso nord per sedare delle rivolte scoppiate in sua assenza, decise di affidargli la gestione per suo conto della regione. Timur, quindi, grazie alla sua intraprendenza e diplomazia era riuscito a salvare le sue genti dalle terribili razzie mongole.
Ben presto a causa di due invasioni consecutive di Tughluk Temur ed a seguito dei continui saccheggi e soprusi dei generali mongoli lasciati a sorvegliare i domini, che generavano grande scontento tra tutti i gruppi etnici presenti, Timur si ribellò e fu costretto a fuggire da Samarcanda per non finire in prigione. Iniziò così a girovagare e finì anche in Afghanistan a combattere battaglie che non gli appartenevano. In uno di questi confronti fu colpito da una freccia che gli portò danni permanenti al piede, da qui l’appellativo “Timur lo zoppo”: il nome “Tamerlano” è, infatti, la trasposizione occidentale fonetica di “Timur Lang” ovvero “Timur lo zoppo”. Ovviamente amici e sudditi si guardarono sempre bene dal chiamarlo così, per loro lui era “Amir Timur”. Nonostante la ferita, ben presto riunì un esercito di nomadi dei popoli delle steppe e sconfisse i mongoli in una grande battaglia, liberando villaggi e città della regione dal loro indesiderato dominio.
Questa fu la prima grande battaglia che Timur vinse grazie allo stratagemma del fuoco. L’esercito mongolo era infatti accampato vicino ad un fiume in una pianura e l’abile condottiero, in netta inferiorità numerica, fece sparpagliare i suoi uomini sulle montagne attorno e fece accendere migliaia di fuochi nella notte così da far credere al nemico che vi fosse un imponente esercito di migliaia di soldati. E fu così che i mongoli, spaventati da tutti i fuochi che li circondavano, ed abituati ad attaccare e non a difendersi, non resistettero all’attacco della sua cavalleria.
Con grande astuzia prese anche il controllo della sua città natale, conosciuta come la città verde, l’odierna Shakhrisabz, grazie allo stratagemma della polvere. Anche questa volta in netta inferiorità numerica rispetto al nemico mongolo, Timur fece attaccare rami frondosi alle code dei cavalli dell’esercito tartaro, dopodiché diede l’ordine di disperdersi lungo una linea lunga e li mandò all’attacco in diverse direzioni cosicché attraverso il deserto si alzasse una grandissima nuvola di polvere che faceva supporre che stesse arrivando da ogni lato un imponente esercito. I mongoli, in preda al terrore, abbandonarono la città occupata e Tamerlano vi entrò senza il minimo spargimento di sangue.
Grazie a queste sue imprese ormai era diventato il principe dei tartari, sconfiggendo altri pretendenti al trono e cercando di ottenere la fedeltà di tutti i clan.
Tamerlano rivendicava ad ogni occasione la sua discendenza da Gengis Khan per accrescere la sua autorevolezza e legittimare il suo potere, un fatto un poco tenue che derivava dalla lontana discendenza da parte di madre, ma che poi poté consolidare in seguito con il matrimonio della principessa, discendente di Gengis Khan, Saray Mulk Khanum, più popolarmente conosciuta come Bibi Khanum.
Timur diventò così signore di Samarcanda e delle regioni circostanti ma rifiutò il titolo onorifico mongolo di “Khan”, che significava “grande signore o sovrano”, e ne assunse invece uno arabo che suonava come “Amir”, cioè emiro o principe. Nel 1371 decise di insediarsi a Samarcanda eleggendola a sua capitale, anche se in effetti per lui era una scelta più che altro formale, poiché in realtà non volle mai tradire le origini, le abitudini e le tradizioni dei popoli nomadi vivendo tutta la sua vita nelle tende. Samarcanda, città di antichissime origini, era famosa anche perché secondo la leggenda era passato di qui Alessandro, che in realtà forse l’aveva solo assediata. Qui Tamerlano diede inizio ad una delle sue più grandi opere: far diventare la capitale una delle più belle città non solo lungo le Vie della Seta ma del mondo intero. Con il tempo divenne nota come la città blu, il colore preferito dei popoli delle steppe.
Nel nuovo governo da lui creato, composto anche da mongoli ed arabi, si lasciò consigliare ma non governare dagli Imam, disciplinò e riorganizzò l’esercito e scacciò i mongoli oltre confine. Capì che l’unica strategia per battere i temibili mongoli, che nonostante alcune sconfitte continuavano a premere da nord, era di attaccarli perché erano molto più deboli quando si trovavano in fase difensiva.
Il confronto con Toktamish e l’Orda d’Oro
A nord di Samarcanda premeva sempre il pericolo maggiore, in quanto Toktamish, discendente diretto di Gengis Khan, che poco tempo prima era stato aiutato da Timur a sconfiggere i suoi rivali, aveva ora riunito sotto il suo khanato dell’Orda d’Oro tutte le tribù mongole per sconfiggere il suo vecchio alleato Timur. Tamerlano avviò quindi diverse campagne militari contro di lui, che durarono ben 13 anni, per il dominio di queste regioni dell’Asia Centrale che entrambi reclamavano come proprie.
Sul fiume Syr Darya in un’occasione, pur trovandosi in inferiorità numerica, riuscì a respingere i mongoli ricorrendo alla strategia di moltiplicare le sue truppe all’occhio del nemico. Ma fu poi costretto a tornare nei suoi territori per sedare le rivolte che nel frattempo si erano formate. Tamerlano aveva, infatti, il difficile compito di tenere insieme i popoli sottomessi, governati a loro volta da capi tribù o capiclan locali sempre in guerra tra loro. Per seguire le sue campagne militari lasciava sul trono i governatori locali, ma questi, in quanto suoi sudditi, dovevano rapportarsi direttamente a lui. La realtà però era molto complicata e più volte i sovrani e i capi tribù locali diedero vita a rivolte che costrinsero Tamerlano ed i suoi eserciti a rientrare da altre campagne per sedare le sommosse.
Tenuti a bada e soppressi i disordini interni, Tamerlano decise di partire per distruggere una volta per tutte l’Orda d’Oro nel suo territorio, così da non aver più il timore che da nord potesse arrivare un potente esercito nemico fino a Samarcanda. Toktamish, avendo avuto notizia dell’imminente arrivo della terribile armata guidata da Tamerlano, cercò di nascondersi con il suo esercito tra le foreste, ma dopo quattro mesi di ricerche Timur lo scoprì. Anziché piombargli subito addosso fece accampare i suoi uomini nelle vicinanze. Quindi l’esercito tartaro partì all’attacco, come sempre diviso in tre tronconi: la parte destra con i migliori uomini e generali era la prima ad attaccare ed a sfondare per spaventare il nemico, poi avanzava il centro e poi la sinistra.
Dietro lo schieramento erano posizionati Timur, le sue guardie ed i veterani pronti a intervenire dove necessario, truppe che di solito partivano sulla destra subito dopo la cavalleria per rendere ancora più devastante il primo impatto. Con la sconfitta dell’Orda d’Oro mongola, che in questa battaglia contava il doppio dei soldati, finì in decadenza l’era della signoria dei Khan Mongoli in queste regioni. Ma, sconfitto Toktamish, Tamerlano non si fermò ma proseguì la campagna conquistando le regioni di Crimea, Kiev e Mosca.
Conquista della Persia e del Sultanato di Delhi
Parallelamente alle campagne militari contro l’Orda d’Oro, Tamerlano ne condusse altre soprattutto a sud verso la Persia e le regioni limitrofe, dove riuscì a conquistare le città di Isfahan, Shiraz e Tabriz, una delle città più grandi del tempo con un milione abitanti e sede di fiorenti commerci. In seguito, attraverso ulteriori campagne, estese i suoi domini anche nell’Iran settentrionale, dove arrivò a conquistare e distruggere, facendo migliaia di morti, la città Baghdad, che aveva già subito i saccheggi e le distruzioni operate dalle truppe mongole poco tempo prima. Avendo conquistato anche la Persia e le regioni limitrofe a sud decise, prima di affrontare le grandi potenze musulmane, di volgere la sua espansione verso est.
Tamerlano iniziò una nuova campagna militare e nel 1398 conquistò il Sultanato di Delhi, tornando a Samarcanda vittorioso e trionfale con 90 elefanti carichi di bottino. Anche in queste circostanze usò il suo ingegno. Durante la grande battaglia di fronte alle porte di Delhi, per contrastare l’attacco dei terribili pachidermi, fece legare delle fasce di legno e fieno infuocate sul dorso dei cammelli e li spinse alla carica. Gli elefanti, presi dal panico per via dell’inconsueto spettacolo degli animali che correvano loro incontro coperti di fuoco, si girarono e presero a fuggire provocando il caos e la conseguente sconfitta del loro esercito. Una volta conquistata la città la fece saccheggiare e vennero erette le famigerate piramidi di teste umane, testimonianza di efferata crudeltà; secondo le fonti storiche sembra che siano stati trucidati almeno 100.00 civili.
A questo punto l’impero copriva un territorio immenso, dal Caucaso ai confini cinesi e dal lago d’Aral alle rive del fiume Gange in India. Ma il temerario condottiero coltivava ancora un grande sogno: conquistare la Cina. Prima di intraprendere questa campagna di conquista doveva però risolvere le questioni ancora aperte ad occidente, per estirpare ogni possibile pericolo di attacco in sua assenza. Infatti i turchi si stavano espandendo verso est, la nascente potenza ottomana andava di pari passo con la caduta di quella bizantina, e iniziavano a conquistare territori abitati dalle tribù turkmene, le quali chiesero a Tamerlano di venir loro in soccorso. Ed anche il sultano d’Egitto, che controllava Damasco in Siria e Gerusalemme, ed il sultano di Baghdad erano concorrenti e di fatto nemici di Tamerlano.
Iniziò così una nuova grande campagna militare che nella parte iniziale lo portò a conquistare numerose piazzeforti armene e georgiane ed in seguito alcune città turche dell’Impero Ottomano, ed ottenendo la sottomissione dei mamelucchi d’Egitto, che si assoggettarono a lui senza combattere, ed anzi si allearono per il nuovo saccheggio della città di Baghdad e la conquista, nel 1401, della città di Damasco. Durante questo ultimo scontro, mentre Timur era accampato alle porte delle mura cingendo la città con un assedio che durò più di un mese, colpì la sua attenzione la grande cupola a bulbo di una moschea che, essendo in legno, poi bruciò con il devastante incendio che seguì la vittoria, e ne rimase talmente impressionato che lui ed i suoi successori ne ripresero la forma per le costruzioni nei loro domini: se il Taj Mahal indiano e le chiese russe hanno una cupola a bulbo lo si deve così al condottiero tartaro che ne rimase affascinato mentre teneva sotto assedio la città di Damasco.
Mentre Timur e il suo temutissimo esercito delle steppe continuavano la loro opera di conquista, lasciandosi alle spalle le aberranti torri composte dai crani dei nemici uccisi, gli ottomani erano impegnati a contrastare l’ultima grande crociata della storia, con i regni europei avevano riunito un grande esercito con l’obbiettivo di liberare Costantinopoli, capitale bizantina dell’Impero Romano d’Oriente, costretta ormai da tempo a pagare un grande tributo al sultano ottomano Bayazid I. Ma nella battaglia di Nicopoli del 1396 l’esercito turco inflisse una tremenda sconfitta agli europei: i cavalieri crociati e la cavalleria europea, scarsamente organizzata, credendo di trovarsi di fronte l’intero esercito ottomano partì con una furiosa carica ma l’attacco colpì solo l’avanguardia ottomana, e li fece trovare poi di fronte ai temibili giannizzeri ed alla cavalleria ottomana. Ne seguì un massacro che segnò la fine del sogno di liberazione in cui speravano i cittadini di Costantinopoli, che dopo aver visto a portata di mano il soccorso tanto atteso ora erano realmente preoccupati per la loro sorte. La chiesa cercò subito l’aiuto delle potenze europee per radunare un nuovo esercito così da provare nuovamente a liberare i cristiani d’oriente, ma ormai tutto era andato perduto a causa di quella pazza carica della cavalleria europea.
Mentre l’esercito ottomano, sconfitto l’esercito crociato europeo, era in preparazione dell’imminente assalto di Costantinopoli giunse la notizia dell’arrivo di Tamerlano col suo potente esercito; furono così costretti a rinunciare all’assedio per spostarsi sull’altro fronte, rinviando la caduta della futura capitale turca di almeno 50 anni.
Tamerlano, che aveva ormai quasi settant’anni, vinse contro gli ottomani ancora una volta grazie al suo ingegno: riuscì ad aggirarli ed a occupare il loro immenso accampamento pieno di rifornimenti e situato in ottima posizione per un attacco della sua cavalleria. Attese poi l’arrivo dei turchi, che nel frattempo avevano capito l’inganno e stavano precipitosamente tornando indietro, ormai anche a corto di scorte di cibo e acqua; Timur aveva infatti anche deviato i fiumi della zona così da stremare i suoi avversari. Iniziò così, era il 1402, la battaglia di Ancyra, a nord dell’attuale Ankara. Gli eserciti in campo, secondo le testimonianze dell’epoca, avevano numeri impressionanti, pare che l’esercito di Tamerlano avesse in campo più di 150.000 uomini, anche se le cronache dell’epoca parlano di circa 500.000 uomini – ma ciò può essere dovuto al fatto che ogni cavaliere aveva con sé alcune montature di scorta così da indurre in errore il conteggio. Il colossale esercito di Timur era composto da turco-mongoli, persiani, turcomanni, nomadi delle steppe provenienti da ogni angolo dell’impero ed aveva al seguito elefanti da guerra indiani; come di consuetudine attaccò mandando avanti prima la cavalleria sull’ala destra, poi il centro e per finire la sinistra infliggendo una devastante sconfitta all’esercito ottomano. Il sultano ottomano Bayazid I fu catturato ed umiliato, costretto a partecipare ai festeggiamenti per la vittoria al fianco di Timur, e venne messo in una gabbia utilizzata come sgabello per far salire il condottiero tartaro sul cavallo.
Nel mentre l’imperatore romano d’oriente si sottomise a Timur e si dimostrò pronto a pagargli tributi vedendolo come un protettore ben più serio dei crociati cristiani, e chiese inoltre a Timur di sconfiggere definitivamente la potenza ottomana alla quale pagavano pesanti tributi.
Alle porte d’Europa, amico o nemico?
La sconfitta e l’umiliazione che Tamerlano inflisse agli ottomani di Bayazid I era stata vista di buon occhio dagli europei, che non erano mai riusciti a battere i turchi ottomani e credevano Bayazid I ed il suo esercito invincibili. Numerosi ambasciatori europei inviati dai re cristiani avevano visto con che abile strategia era stato sconfitto il forte e preparato esercito ottomano, si pensi che ancora oggi questa battaglia è fra i casi strategici più studiati nelle accademie militari. La battaglia di Ancyra parve un giro di boa per l’Europa cristiana, che sentendosi minacciata dagli ottomani ebbe un sospiro di sollievo.
Timur riaccese la speranza di un’alleanza tra i popoli delle steppe e la cristianità per sconfiggere definitivamente la potenza ottomana. Diversi sovrani, tra cui il Re di Francia Carlo VI, proposero a Timur un’azione comune contro gli ottomani. Tamerlano ascoltò ogni proposta di alleanza, interessato al fatto di poter disporre delle potenti navi genovesi e veneziane che gli avrebbero consentito di bloccare gli stretti e costringere gli ottomani ad abbandonare svariate isole e regioni del Mediterraneo.
Tamerlano continuò l’opera di conquista e, divenuto padrone dell’Anatolia, giunse alle porte dell’Europa seminando questa volta però un grande timore tra i sovrani europei, che fino a poco tempo prima avevano visto in lui un possibile alleato. Cosa sarebbe quindi potuto accadere se una volta battuti definitivamente gli ottomani e i mammelucchi Tamerlano avesse avanzato verso occidente? I potentati europei cominciarono ad inviargli ambascerie e doni in cambio della non invasione dell’Europa, ma non sarebbero stati certo questi a fermare Tamerlano …
Ma, per fortuna dell’Europa, il pensiero fisso ed il grande sogno di Tamerlano era sempre uno: la Cina.
L’ultima grande spedizione e la fine di Amir Timur
Ora Tamerlano rivendicava l’eredità del “Signore Oceanico”, il mitico titolo che ornava Gengis Khan, di cui si riteneva discendente e del quale ambiva a restaurare il grande impero. Era così giunta l’ora di attaccare l’Impero Celeste per completare questo disegno.
Tamerlano radunò uno sterminato esercito per la conquista del Celeste Impero, ma l’impresa fallì poco dopo il suo avvio. Il condottiero scelse di iniziare la campagna nei mesi invernali in modo da cogliere di sorpresa, come da sua consuetudine, il nemico arrivando in Cina in primavera. Ma quell’anno il clima dell’Asia Centrale fu particolarmente rigido e l’ormai vecchio Tamerlano nel 1405 morì a Otrar, a circa 400 km da Samarcanda, colto da una fortissima febbre che si trasformò in congestione polmonare.
Lasciò il trono dopo quasi 35 anni di potere e, nonostante il suo monito di restare uniti, i suoi eredi cominciarono subito ad azzuffarsi declinando anche il suo sogno di conquista della Cina. Fu così che l’immenso impero si frammentò. A ben vedere, Tamerlano non predispose alcun piano di successione, come se in fondo forse il suo desiderio fosse quello di lasciar morire l’impero con la sua scomparsa, in quanto non esisteva un altro “Tamerlano” capace di mantenere il potere. Ma è anche vero che questo atteggiamento potrebbe essere frutto di una fatalità, in quanto alcuni dei suoi figli erano già morti prima di lui, la sua vita fu infatti disseminata da perdite di persone care, la qual cosa gli provocò sempre un immenso dolore.
Sulla base di questo nuovo scenario politico i mammelucchi d’Egitto riacquistarono il loro vecchio potere, i russi cominciarono a rafforzare un’identità di popolo senza più l’Orda d’Oro e gli eserciti di Tamerlano ad opprimerli, mentre dalle ceneri dell’impero timuride sarebbe poi sorto, grazie ai suoi discendenti di sangue, in particolare nella persona di Babur, l’impero Moghul in India che durò fino all’inizio del Settecento.
L’Impero Ottomano, dopo la pesante sconfitta subita per mano di Tamerlano, sembrava ormai distrutto, ma la scomparsa del condottiero tartaro fece disperdere la forza del suo impero e sparire i suoi seguaci, consentendo la rinascita dell’Impero Ottomano, che dopo pochi anni riuscì a conquistare Costantinopoli.
Timur per tutta la vita si dichiarò discendente e successore di Gengis Khan, questo anche per legittimare il suo potere, e fu una figura affascinante e diversa dai condottieri dell’epoca. Ad esempio, se Gengis Khan prendeva decisioni con i suoi generali ma non si esponeva all’attacco, Tamerlano era sempre in prima linea nella battaglia ed ogni decisione dipendeva da lui, controllava personalmente tutti gli approvvigionamenti di cibo e acqua dell’esercito senza mai farsi cogliere impreparato. Con il suo carisma teneva unito il suo variegato esercito, era venerato dai suoi uomini a tal punto che i morti venivano seppelliti con i piedi verso la tenda di Timur così da non dargli mai le spalle.
Fu uno dei migliori strateghi militari che la storia abbia avuto, era instancabile ed in qualunque situazione si trovasse restava sempre calmo e riflessivo. Mentre molti condottieri utilizzavano diversi metodi in battaglia, lui utilizzava un’unica formazione che muoveva in modo coordinato, prima a partire era l’ ala destra di sfondamento, poi a seguire centro e sinistra. Si atteneva a tre semplici regole prima di intraprendere una campagna militare: 1) non coinvolgere mai la popolazione locale nell’impostazione strategica di una campagna; 2) non permettere mai all’avversario di ridurlo alla difensiva; 3) attaccare sempre con la maggior rapidità consentita. Per Tamerlano la velocità era fondamentale, così da non permettere al nemico di ricompattarsi, diceva sempre infatti che era meglio essere nel punto giusto con solamente 10 uomini che esserne assente con 10.000. Rischiava quindi spesso la vita con pochi uomini, ma la destrezza e la velocità di movimento della cavalleria e dei suoi arcieri sconfissero le formazioni appesantite dalle armature. L’astuzia in battaglia e la fama di invincibilità lo fece trionfare anche in combattimenti dove era in netta inferiorità numerica; ricordiamo ad esempio un altro stratagemma spesso usato da Tamerlano, annunciare la morte in battaglia di un capo nemico così da aizzare ancora di più i suoi uomini ed al contempo spaventare gli avversari che si trovavano nella mischia. Un particolare aspetto che lo accomunava a Gengis Khan era il modo di contare i morti in battaglia tramite l’uso dei sassolini: i soldati dovevano lasciare un sassolino in un determinato punto, al ritorno poi ognuno si riprendeva un sassolino e quelli rimasti indicavano quanti erano i caduti in battaglia. Inoltre, come le armate mongole, impartiva ordini attraverso l’uso di bandiere dai differenti colori e dai tamburi fatti rullare in modi diversi. Equipaggiò poi le varie parti delle sue armate con armi e vestiti dello stesso colore così da captare a colpo d’occhio nella mischia della battaglia l’andamento del combattimento.
Vi è un dibattito inerente alla sua cattiveria e crudeltà, poiché non distrusse le città che voleva conquistare, ma … solo se pronte a sottomettersi senza resistenza. Durante gli assedi, mentre si trovava accampato fuori dalle mura, il primo giorno esponeva una bandiera bianca per dire agli abitanti che se fossero usciti sarebbero stati risparmiati, il secondo giorno bandiera rossa per annunciare che gli abitanti sarebbero stati risparmiati mentre i loro generali sarebbero stati uccisi, il terzo giorno esponeva la bandiera nera per comunicare che nessuno sarebbe sopravvissuto. Lo sterminio di innocenti per lui era un lecito strumento di pressione tattica; poi, spesso le città distrutte, ora nel suo dominio, venivano ricostruite.
Caratterialmente era una persona molto generosa ed amante delle arti e della cultura, ed al contempo estremamente spietato con nemici e traditori. Oltre ad essere un grande stratega ed un efficiente guerriero, fu anche un ottimo uomo politico, si dimostrò un sovrano estremamente generoso suddividendo sempre i bottini presi e distribuendo denari alle famiglie dei caduti in battaglia, molto attento al benessere dei suoi cittadini, e diede inoltre un forte contributo ai commerci. Fece restaurare e costruire sulle vie di comunicazione caravanserragli ad una giornata di viaggio di distanza l’uno dall’altro, così da fornire continui punti di appoggio e ristoro a uomini ed animali, sistemando le strade ed i ponti, e mise sentinelle sulle vie carovaniere contro il bracconaggio così finalmente i mercanti, in cambio del pagamento di un pedaggio, potevano viaggiare ovunque senza il rischio di finire vittime di predoni, ma dovevano altresì anche stare attenti a non alzare troppo i prezzi delle merci per non finire invece impiccati! Proseguì e sviluppò ulteriormente l’efficientissimo sistema postale inventato dai mongoli, composto da messaggeri con cavalli sempre pronti all’uso fino alle province più remote, e incrementò il traffico di persone e commerci sui grandi fiumi, dall’Amu Darja fino al Tigri ed Eufrate, anche se la conformazione del suo impero non lo portò mai a creare una potenza marittima.
Anche i proprietari terrieri non erano più sotto l’oppressione economica dei più ricchi ma erano tenuti a versare soltanto una piccola tassa per l’impero; egli riteneva infatti che un uomo in preda a povertà e desolazione non era di alcun aiuto nel suo regno. Vietò l’accattonaggio e aiutò la parte più povera della popolazione con distribuzioni di carne e pane, azzerò i furti incaricando, in ogni sua città, un referente che qualora fosse capitato qualcosa avrebbe risposto personalmente con il suo patrimonio.
Per Tamerlano la religione fu sempre un’arma a doppio taglio perché, se da una parte gli Imam erano contenti di tutte le sue conquiste che accrescevano la potenza religiosa dell’Islam, dall’altra a Tamerlano non è mai importata più di tanto la religione islamica, non fu mai un devono maomettano né gli è mai interessato diffondere il verbo del profeta. Né lui né i suoi figli ricevettero nomi islamici, non si vestiva alla maniera musulmana o portava il turbante; al contrario dei suoi acerrimi nemici, dai califfi di Baghdad al sultano d’Egitto fino agli ottomani, i quali erano effettivi portavoce della fede musulmana. Tamerlano doveva fare attenzione che le sue conquiste non venissero viste come un attacco all’Islam, anche perché tra le fila dei suoi soldati moltissimi erano di fede musulmana, quindi anche lui si adeguava alle loro convinzioni. Timur ed il suo esercito venivano spesso considerati semi-maomettani o addirittura pagani ed i suoi soldati erano prima fedeli a lui e poi all’Islam. Oltre a non spacciarsi per monarca dell’Islam non gli interessava neppure conquistare le città religiose come Medina, la Mecca o Gerusalemme. Nei suoi regni e nella sua Samarcanda vivevano musulmani, ebrei, cristiani e nestoriani. Più che la religione di ognuno, per lui era più importante la sottomissione al suo volere. Molti musulmani hanno parlato male di Timur perché accusato di aver distrutto le città sante di Damasco e Baghdad ed hanno condannato i riti sciamanici e le usanze pagane che durante la sua vita non ha mai abbandonato, sulla qual cosa gli scrittori musulmani del seguito, che trascrivevano le sue gesta, sorvolavano con un evidente disagio. Una leggenda narra infatti che egli stesso fosse uno sciamano, in quanto questi ultimi erano spesso zoppi ed orbi perché questi loro impedimenti erano garanzie della miglior velocità con cui cavalcavano verso il mondo dei morti. Uno dei significati del nome Timur è “ferro”, il metallo sacro nella tradizione sciamanica. Altri invece hanno sempre cercato di farlo passare come un devoto dell’Islam, raccontando che era un praticante e che risparmiava dalla distruzione gli edifici religiosi, oltre a costruire moschee. Quando morì provarono ad asserire che fosse un praticante sunnita cercando di farlo passare come un devoto credente; a ben vedere Timur per tutta la sua vita disse: “Io, Timur, servo di Dio”… ma senza mai specificare quale.
Il grande condottiero, nonostante le sue origini turco-mongole, rappresenta oggi il simbolo dell’Uzbekistan in quanto, durante l’occupazione russa, il ricordo di Timur venne associato ad un sentimento di grandezza e libertà perdute. Il grande emiro, anche se apparteneva al mondo turco-mongolo, non poteva però vantare rapporti etnici con gli uzbeki che infatti in passato, prima dell’arrivo dei russi, non lo apprezzavano così tanto. La posizione è diversa per i tagiki che, pur essendo persiani, lo ritenevano il loro eroe in quanto di Samarcanda, la “loro” città, dove ancora oggi rappresentano la maggioranza della popolazione. A seguito poi del crollo dell’Unione Sovietica furono lasciati liberi molti piedistalli su cui poggiavano le statue di Lenin, che sono stati occupati dalle statue di Timur lo zoppo, la cui figura cominciò a diventare ciò che non era mai stato: un simbolo protagonista della storia uzbeka.
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