Tantrismo e il Kalachakra

Tantrismo e il Kalachakra

INDICETesti a cura di Giulio Santi:

  • Origini del tantrismo e Kalachakra
  • Un nuovo approccio per la pratica spirituale
  • Origine indiana del tantra buddista
  • Testi tantrici e dottrina
  • Tantra buddista
  • Il sistema di Kalachakra

Monaci al Mahabodi

Mahabodi, in occasione del Kalachakra

Il XIV Dalai Lama

Origini del tantrismo e Kalachakra

Il “Tantra” non è appannaggio solo del Tibet e dei buddisti, come si proverà ad illustrare di seguito, ma soprattutto alle origini fu un approccio comune a più movimenti spirituali, volto al veloce ottenimento delle realizzazioni mistiche. Nell’ambito di queste tradizioni il Kalachakra è uno dei grandi sistemi dell’Anuttarayoga (o yoga supremo) che ha la peculiarità di poter essere trasmesso a grandi folle di persone: nell’importante ricorrenza del 2006 ad Amaravathi, nell’India meridionale, il luogo dove secondo la tradizione esoterica fu trasmesso dal Budda la prima volta, S.S. il XIV Dalai Lama del Tibet ne conferì l’iniziazione a più di centomila persone. Ma anche nei precedenti e successivi eventi condotti dal Dalai Lama in India, a Bodhgaya e nelle regioni himalaiane dall’Arunachal Pradesh allo Spiti, si è sempre riscontrato un gran numero di partecipanti (si veda anche il resoconto del Kalachakra 2000 tenuto a Ki Gompa).

Per un approfondimento delle tematiche accennate in questaa pagina  si può consultare Kalachakra di “Cultura”.

Un nuova approccio per la pratica spirituale

Il termine Tantra deriva dal sanscrito “tan” che significa “continuità” e “tra” o ‘estensione’; questa etimologia indica la capacità di dilatare la conoscenza fino al riconoscimento della natura pura che soggiace ad ogni fenomeno.

Il tantrismo fu un movimento spirituale animato dal desiderio di emanciparsi dal formalismo braminico e dalla forte esigenza di un diretto contatto con il sacro, superando ogni precisazione speculativa o condizionamento di appartenenza ad una casta.

I testi tantrici esprimevano la religiosità concreta dell’India con le sue infinite figure divine. Veniva accordato grande valore allo yoga in tutte le sue differenti accezioni; venivano stabilite regole e rituali per la costruzione dei templi, per le celebrazioni individuali e collettive trovando l’humus culturale nei molteplici culti e rituali dell’India, nei suoi costumi tradizionali popolari e tribali che fino all’avvento di questi nuovi approcci erano stati esclusi sia dalla rigida ortodossia braminica che dalla severa organizzazione monastica. Veniva così a formularsi una nuova ed audace interpretazione che nella dottrina buddista identificava un’identità tra samsara (il divenire) e nirvana (lo stato di liberazione).

Origine indiana del tantra buddista

A partire dal VII secolo compaiono in India le scuole tantriche buddiste fondate dai mahasiddha. Sorgono ai margini delle grandi istituzioni monastiche quali Nalanda, Valabhi, Pullahari, ecc., dove i monaci erano impegnati soprattutto negli studi qualitativi della sterminata letteratura filosofica della Prajnaparamita, dell’insegnamento di Nagarjuna, di Asanga, della logica buddista di Dharmakirti e dei numerosi commentatori del Grande Veicolo (Mahayana). Così, nell’ambito del Mahayana, emerge la via tantrica o Vajrayana, il Veicolo di Diamante, così denominato  per  la natura incorruttibile ed indistruttibile che si identifica nella vacuità, conosciuto anche come Veicolo del Mantra, cioè delle formule vibrazionali che in queste nuove scuole assumono una rilevante importanza.

Le regioni dove maggiormente si affermarono le scuole tantriche furono il Bengala, il Kashmir, l’Uddyana (la regione dello Swat in Pakistan), l’Orissa ed il Nepal. Gli insegnanti erano chiamati siddha, cioè i perfetti adepti. Costoro erano una sorta di yogi itineranti che si esprimevano nelle loro lingue popolari, non più in sanscrito che era la lingua riservata ai soli eruditi. Le intuizioni e gli insegnamenti dei siddha si fondavano sulla cultura religiosa dell’India senza forte distinzione tra shivaiti, vaishnava e buddisti. Quei maestri dimostravano che le profonde esperienze mistiche non erano riservate soltanto a pochi dotti, in genere di casta braminica, ma si rivolgevano anche a coloro che appartenevano alle caste inferiori, fino alle più infime. I siddha non erano necessariamente dei maestri dotati di una vasta cultura erudita, ma il loro insegnamento era efficace grazie alla loro spontaneità ed alla ricchezza evocativa che sapevano ispirare.

I siddha buddisti vennero chiamati Mahasiddha e in seguito codificati nella tradizione indiana e successivamente in quella tibetana nel numero di ottantaquattro; diedero origine ad una vasta letteratura tantrica le cui prime elaborazioni risalgono al IV – V secolo e che dal VII al XIII secolo si diffuse in molte regioni dell’India. I Mahasiddha suggerivano l’uso dei mezzi abili (upaya) uniti alla conoscenza (prajna) per realizzare i frutti del sentiero spirituale anche nel giro di una sola vita, anziché in un numero enorme di vite come veniva suggerito dalla tradizione buddista classica.

Testi tantrici e dottrina

I testi religiosi tantrici erano esoterici e pregni di ritualità, generalmente scritti in versi in un linguaggio criptico detto sandhabhasa, o linguaggio crepuscolare, che serviva a due scopi: nascondere il vero senso della dottrina ai non iniziati e suggerire l’inadeguatezza del linguaggio logico nell’esprimere una realtà intuitiva non convenzionale.

I Tantra si costituivano in numerose raccolte di testi che venivano trasmessi oralmente da maestro a maestro; in particolare i Tantra buddisti indirizzavano le pratiche meditative yogiche verso uno scopo gnostico e le deità delle tradizioni popolari venivano trasformate nei simboli dell’ascesi buddista. Le divinità di origine rurale o locale diventavano rappresentazioni simboliche della prajna (saggezza) e della vacuità. Queste divinità in genere hanno due aspetti: quello terrifico per scongiurare le forze maligne, che potevano disturbare la mente dell’adepto, e quello pacifico per proteggerne il percorso spirituale. Nella nuova concezione trovavano un senso anche le pratiche ripugnanti ed orrifiche quali il cibarsi di carni corrotte o di viscere, oppure adornarsi di crani ed ossa umane: giacché il vero yogi deve saper andare oltre il bene ed il male, il bello ed il brutto fino a raggiungere lo stato di equanimità. Tuttavia la trasformazione principale prescritta era quella della mente che, tramite una mutazione alchemica, poteva convertire in virtù coadiuvanti l’attivazione spirituale anche le attitudini e le passioni più basse quali l’ira, l’attaccamento, la gelosia, ecc.

L’essenziale non dualità tra samsara e nirvana, asserita dalla scuola Madyamika di Nagarjuna, nel praticante tantrico (tantrika) trovava così accorciata la distanza tra il sacro ed il profano, con la libertà di gestire la vita ordinaria per il fine della crescita interiore. Se il nirvana non è diverso dalla trasmigrazione samsarica, ne consegue che tutti gli aspetti del samsara, anche quelli più abbietti, possono essere visti come nirvana; ogni esperienza dell’esistenza può divenire così un efficace strumento per la realizzazione illuminata. Ed, ancora oltre, il nirvana stesso dev’essere ricercato nel samsara.

Tantra buddista

Il tantrismo non è una dottrina coerente, ordinata gerarchicamente intorno ad un numero definito di testi sacri, ma si raccoglie in un novero imprecisato di scuole e lignaggi spirituali diversi, ognuno dei quali si riferisce a testi e pratiche rituali e meditative che considera principali, ma senza escluderne altre. Spesso per comprendere dei testi tantrici occorre riferirsi ad altri testi tantrici differenti. Ad esempio nel tantra di Guhyasamaja (tantra maschile) viene affermato che la sua comprensione è chiarita alla luce dei tantra femminili, come ad esempio Chakrasamvara e viceversa. Ciò che viene enfatizzato sono l’iniziazione, lo yoga psichico, la recitazione dei mantra, le meditazioni che si sviluppano tramite visualizzazioni ed evocazioni di identificazione, l’elaborazione dei mandala mistici o l’ambientazione divina e la pratica del gesto rituale (mudra). Tuttavia riveste grande importanza anche la comprensione dottrinale della vacuità, propria della Prajnaparamita insegnata da Nagarjuna, cioè la vacuità o l’assenza di una natura propria dei fenomeni. Le deità di meditazione, come tutti i fenomeni, vanno viste come prive di reale esistenza. La vacuità è la madre universale, la generatrice di tutti i Budda: così Visvamata, la consorte di Kalachakra, rappresenta la compassione universale che, come la vacuità, abbraccia tutto, pur nella consapevolezza che tutti gli esseri, infiniti come lo spazio, sono vuoti d’esistenza intrinseca.

Il sistema di Kalachakra

Il sistema tantrico del Kalachakra (ruota del tempo) è l’ultimo a fare la sua apparizione in India verso la fine del X secolo anche se, secondo la sua tradizione, l’origine è ben più antica: dopo essere stato conservato e praticato nel mitico regno di Shambala per diversi secoli, fu introdotto in India dallo yogi Cilupa, che era riuscito a raggiungere questo mitico regno. Giunto in India Cilupa insegnò questo tantra ad alcuni suoi discepoli, tra cui Naropa, che si diffuse nel Bengala prima di raggiungere il Tibet.

Il Tantra di Kalachakra viene considerato il più esauriente ed esplicativo tra tutti i sistemi tantrici e si distingue per il suo carattere enciclopedico, poiché spiega anche gli altri sistemi tantrici alla luce della visione buddista più elaborata.

Kalachakra rappresenta l’unità della vacuità e della compassione, della saggezza e del metodo. Kala è il tempo, il mezzo e la compassione universale che conosce, Chakra è la ruota, il conoscibile, la saggezza, la vacuità. In questo contesto viene data importanza al tempo esterno, quale movimento dei pianeti, degli universi e delle costellazioni nella varie ripartizioni temporali, che viene messo in relazione col tempo interno, che è scandito dalla respirazione e dal movimento del prana.