Lago d’Aral
Il testo che segue è tratto dal libro di Stefano Berra “Le Vie della seta. Duemila anni di storia e storie da Costantinopoli a Xian”, edizioni Infinito.
Originariamente esisteva una vasta distesa d’acqua che comprendeva l’Aral, il Mar Caspio, il Mar Nero ed il Mar Mediterraneo; con il divenire delle ere le acque si ritirarono e si divisero nei mari che conosciamo oggi.
Finita questa fase di assestamento l’Aral vide un lungo periodo di equilibrio naturale, con un ambiente ricco e rigoglioso, con il livello delle acque alimentato da due grandi affluenti, a nord il fiume Syr Darya ed a sud il fiume Amu Darya. Uno sconfinato spazio d’acqua salata di origine oceanica nel cuore dall’Asia centrale, il quarto lago per dimensioni della Terra.
Con l’avvento del periodo sovietico venne poi decretato un inesorabile destino. Le acque vennero divise come pertinenza politica, la parte settentrionale parte del Kazakistan e quella meridionale del Karakalpakistan, la regione più occidentale dell’Uzbekistan. Negli anni Sessanta venne avviato un piano di coltura intensiva per incrementare la produzione del cotone, un progetto ambizioso per una regione arida e desertica come quella intorno all’Aral. Nel giro di pochi anni il cotone divenne davvero l’oro bianco dell’Uzbekistan, che riuscì a imporsi tra i primi produttori mondiali: un miracolo nazionale pagato però a caro prezzo. Il cotone a Mosca sembrava non bastare mai e così si costruirono una serie di canali di irrigazione deviando l’acqua dai suoi due affluenti, Amu e Syr Darya, per irrigare i sempre più vasti campi di cotone nel deserto. A causa forse di una cattiva progettazione e di una mancata manutenzione locale, i canali, nel giro di poco tempo, si deteriorarono perdendo così per anni, lungo il tragitto, una buona parte dell’acqua prelevata dai due fiumi.
Nel tempo i campi di riso e di grano cedettero il posto a immense distese di cotone. Il livello dell’Aral cominciò velocemente ad abbassarsi, prima in modo graduale, poi a ritmi sempre più vertiginosi. Era sotto gli occhi di tutti che lo sfruttamento idrico avrebbe portato a un imminente disastro ambientale, ma la produzione non si fermò. Per rafforzare questi progetti produttivi il governo sovietico stava anche valutando la possibilità di deviare una parte delle acque dei grandi fiumi siberiani verso il lago d’Aral, un progetto che, fortunatamente, non andò in porto. Per sviluppare ancora di più la cultura intensiva delle piantagioni di cotone vennero utilizzate enormi quantità di fertilizzanti chimici, che inquinarono e contaminarono le acque ed il terreno; venne così infettato l’Aral e nemmeno la popolazione uzbeka ed i loro allevamenti di animali furono risparmiati. I delta dei due grandi affluenti si ridussero a rivoli che scomparivano nella sabbia.
Nel 1991, con l’indipendenza dell’Uzbekistan, la debole speranza di tenere in vita il lago si spense definitivamente. Anche se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il paese acquistò l’indipendenza, il neopresidente Karimov non mise fine al disastro ecologico, prevalsero gli interessi economici e l’imperterrita opera di prosciugamento del lago continuò. Quello che era stato un grande lago lasciò il posto ad un deserto di sabbia salata, chiamato Aralkum. Lo scrittore inglese Colin Thubron cita in uno dei suoi libri, Ombre sulla via della seta, un anonimo poeta uzbeko che disse: ”Quando dio ci amava ci donò l’Amu Darya, quando smise di amarci ci mandò gli ingegneri russi”.
Anche il clima continentale temperato dal lago ha risentito di questi sconvolgimenti, diventando via via sempre più estremo, con tempeste di sabbia, estati caldissime con temperature ben oltre i 45 gradi e inverni gelidi, fino a 30 gradi sottozero. Le conseguenze furono che Moynaq, un tempo fiorente porto e popolosa cittadina uzbeka di pescatori a sud del lago, una meta turistica balneare per gli abitanti del Karakalpakistan, si trovò di fronte uno dei più grandi disastri ambientali creati dall’uomo. In questa cittadina tutto girava intorno alle acque dell’Aral: gli uomini erano pescatori e le donne lavoravano nella storica fabbrica di conserve (la Moynaq Fish Cannery) che durante la Seconda guerra mondiale serviva i soldati sovietici al fronte. In un’estate particolarmente calda degli anni Settanta, nonostante le serie di canali che erano stati costruiti per aiutare le barche a prendere il largo, nessuna imbarcazione riuscì più ad arrivare nelle acque del lago. Tutti erano in attesa con preoccupazione di un’imminente piena dell’Amu Darya. Ma la piena non arrivò mai. Le conseguenze furono devastanti anche per la popolazione locale: le barche non presero più il largo e la fabbrica di conserve chiuse. La popolazione si trovò priva della sua unica fonte di sostentamento, migliaia di persone impiegate nell’industria del pesce, circa 2.500 pescatori e più di 150 tra barche e pescherecci. Oltre a Moynaq in Uzbekistan, a fare le spese del ritiro delle acque dell’Aral fu Aralsk, posta a nord sulla riva opposta, in Kazakistan.
Sul finire del secolo scorso per via del ritiro delle acque il lago si divise in due parti: una zona settentrionale totalmente in territorio Kazako, chiamata il Piccolo Aral, ed una meridionale, il Grande Aral, principalmente in territorio Uzbeko. A separare fisicamente il lago era emersa una grande distesa di deserto e sale. Il lago meridionale si suddivise poi ulteriormente in due zone, orientale e occidentale. Nel 2007 l’Aral era ridotto ad un decimo della sua dimensione originale, il grado di salinità delle sue acque era in continuo aumento e stava uccidendo la poca flora e fauna rimasta. Nel 2014 il bacino orientale dell’Aral meridionale si prosciugò completamente. Oggi Moynaq si trova a circa 150 km dalle acque e, coloro rimasti, sopravvivono a stento; il mercato del pesce ed i negozi hanno chiuso, lasciando la popolazione senza lavoro e con poche prospettive per il futuro. Si possono ancora vedere in mezzo al deserto, a ricordo del suo fiorente passato, gli scheletri delle barche un tempo usate per la pesca, arenate e arrugginite. L’Uzbekistan ritiene che la situazione sia talmente compromessa che non ci sia più nulla da fare per un eventuale ripristino del livello delle acque, anche per via della diga costruita a nord, nella parte kazaka. Quello che resta è il nuovo deserto dell’Aralkum, che si estende sull’ex letto del lago.
Oggi nessuno si affaccia più alla finestra sperando di veder ricomparire il mare.
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