Gli Ismailiti e la Setta degli Assassini

Secondo un’antica leggenda persiana il castello di Alamut, a nord-est della città di Qazvin verso il Mar Caspio, fu costruito in tempi remoti da un re su indicazione di un’aquila, come indica il nome stesso Alamut che in persiano significa “nido d’aquila”. Settecento anni fa questo castello servì da base ad una setta che diede vita ad un vero e proprio stato e dominò la regione per poco meno di due secoli, meritandosi una fama che dura tuttora come “la setta degli Assassini”. Sulla scia del terrore che seminavano, gli adepti furono chiamati così perché si diceva che facessero largo uso di hashish (dalla parola Hashashashin, che significa “erba seccata”) da cui attingevano energia per le loro imprese; un’altra ipotesi è che il nome sia una corruzione di Al-Hashishiyya, il nome dato ai Nazariti, il gruppo eretico dell’Islam a cui costoro appartenevano.

Forte di Babak, Kalibar

Castello di Alamut

Taq-e-Bostan

Gli Assassini o Nazariti erano una ramificazione degli ismailiti, che a loro volta erano una ramificazione degli sciiti, che costituiscono la maggioranza dei musulmani dell’Iran, e si contrappongono ai sunniti in quanto si considerano i veri discendenti di Maometto (vedi religione).
L’Aga Khan, molto noto in Italia, è tuttora il capo e la guida spirituale degli ismailiti sparpagliati nel mondo.

L’Ismailismo si formò al momento della successione al settimo imam, Ja’far, ed ebbe in Iran grandi pensatori come il poeta Nasir-i Hussan (1061), creatore di una letteratura religiosa in lingua persiana, con influssi della cultura ellenica, e di mescolanza di aristotelismo e neoplatonismo. Ma più del pensiero religioso è interessante la storia politica degli Ismailiti: nel 909 d.C. l’ismailismo creò un impero politico, lo stato fatimida (da Fatima, figlia di Maometto), con centro in Egitto e ramificazioni in tutta l’Africa del Nord.
Un persiano di Rei, vicino alla odierna Teheran, di nome Hasan-i Sabbah, aderì alla setta ismailita nel 1071: sarebbe diventato il primo Gran Maestro degli Assassini. Hasan introdusse nella scienza politica un’idea nuova, trattando l’assassinio come arma politica, estendendo il suo potere dal nord della Persia fino al Mediterraneo.

Scrive Freya Stark nel suo libro Le valli degli Assassini:

“Del suo giardino segreto, dove drogava con l’oppio i seguaci…. Hasan era il terrore e l’esecrazione dei vicini: incapaci di colpire lui si scatenarono contro tutti gli Ismailiti, incoraggiando a loro volta la sanguinaria ramificazione dei Carmati nell’Arabia Orientale. In Egitto la setta progenitrice, insieme ai califfi Fatimidi, ormai ridotta ad uno sparuto gruppo, scontò la propria degenerazione sfasciandosi d’un tratto davanti ai Selgiuchidi e alla discendenza del Saladino. Invece gli Assassini continuarono a prosperare: avevano preso alcune fortezze degli Ismailiti e altre in Siria, e le governavano come fossero colonie indipendenti della Persia. Qui vennero a contatto con i principi crociati. Non si è mai appurato di quanto l’organizzazione degli Ordini combattenti cristiani sia debitrice alla confraternita non cristiana. C’è chi ha insinuato che l’Ordine dei Templari prendesse a modello quello degli avversari, fatto sta che il raffronto tra le alte sfere delle due organizzazioni porta stranamente a un risultato identico. Probabilmente fu proprio questo fatto a ingigantire i sospetti e le accuse che provocarono la soppressione dei Templari, quando, parecchio tempo dopo, le immense ricchezze dell’Ordine indussero in tentazione gli avvocati di Filippo il Bello. Ma a questo punto gli Assassini non erano più una potenza.”

Nel 1130 con la morte dell’ultimo imam fatimida Al Amir, si formarono due correnti: una che riconosceva come successore Musta l, il figlio più giovane di Al Amir, e l’altra che giurava fedeltà al fratello di costui, Nizar, di Alamut. La fama dei nizariti di Alamut o assassini dilagò, portata in Europa dai racconti dei crociati e da Marco Polo.
Ad Alamut Marco Polo, in viaggio verso il Katai, dedicò un intero capitolo de Il Milione, parlando del “veglio della montagna e come fece il Paradiso e gli assassini”:

“… egli aveva fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino e il più grande del mondo: quivi aver tutti frutti e gli più belli palagi del mondo… Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo…” e faceva lo meglio credere a costoro che quello era lo paradiso…. lo fece simile a quello che aveva detto Maometto… E in questo giardino non entrava se non colui che egli voleva fare assassino. All’entrata del giardino aveva un castello sì forte, che non temeva niuno uomo del mondo… Lo vecchio teneva in sua corte tutti giovani di dodici anni… egli faceva dare loro bere oppio e quegli dormivano bene tre dì. Quando gli giovani si svegliavano… si credevano di essere in paradiso… E quando lo veglio vuol fare uccidere niuno uomo egli lo prende e dice: “ Va, fa tal cosa: e questo ti fo perché ti voglio fare ritornare al Paradiso”. “E gli assassini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa maniera non campa niuno dinanzi al veglio della montagna, a cui egli lo vuol fare…”

Hasan Ibn Sabbah morì vecchissimo nel 1124. Prima dell’arrivo dei mongoli ebbe quindi alcuni successori, i quali si consideravano soltanto da’i, cioè appartenenti al vertice della gerarchia ismailita. Soltanto un discendente, noto col nome di Maulana Hasan II al-Dhikrihi Salam, nel 1164 si autoproclamò califfo dell’Imam nascosto degli ismailiti, Ismail, chiamando la sua verità esoterica annunciata la “Grande Resurrezione di Alamut”. Prefigurava così il ritorno escatologico di Ismail, che alla fine del tempo (similmente all’imam nascosto dello Sciismo) ritornerà sulla terra per rivelare i significati esoterici delle rivelazioni e annunciare la trasfigurazione dell’uomo.

A porre termine ad ogni cosa giunse nel 1256 Gengis Khan con i suoi mongoli, che presero una dopo l’altra le fortezze degli assassini e contemporaneamente spazzarono via  la dinastia imperiale degli abbassidi.

 

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