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Iraq: origini, e attualità, di una civiltà

IRAQ, diario di viaggio di Federica Lipari – novembre 2023

Una stringa temporale in cui il passato più remoto e il presente più urgente sembrano coesistere, compressi in un tempo unico. Una specie di cortocircuito in cui la Ziqqurat sumerica di Uruk, che emerge maestosa dal fango di settemila anni fa, sogno di Gilgamesh, si confronta con le rovine del palazzo di Saddam Hussein a Babilonia; dove i magnifici templi di Hatra, il primo regno arabo della Storia, dialogano con le macerie della città vecchia della vicina Mosul, sventrata dall’Isis; o dove gli splendori dei Mausolei di Hussein e Abbas a Kerbala e di Alì a Najaf, grondanti fede e pellegrini, tutti specchi e cristalli e ori, fanno da controcanto alla mole silenziosa come una montagna della Ziqqurat di Ur, ciclope che si erge a pochi metri dalla casa di Abramo. Uno, dieci, cento, mille Iraq, dove tutto è cominciato – la ruota e la scrittura, l’arco e la città, la nostra civiltà – e dove troppo accade sempre: dieci anni di guerra con l’Iran, due invasioni americane, al Qaeda e Daesh, una guerra civile, la contestazione studentesca soffocata nel sangue di 800 innocenti, e poi due Stati in uno, 67 milizie ancora attive, un puzzle con troppe tessere, un vulcano in perenne ebollizione. E però, che popolo meraviglioso, il più accogliente del mondo, sorrisi, pacche, saluti, offerte di tè e dolcetti, succhi e gelati; e che belli i luoghi del Mito e della Storia, che fascino incredibile, quante emozioni. Davvero una meta fondamentale per capire molto della nostra provenienza e del nostro destino. E per ritrovare almeno un po’ della nostra umanità perduta.

Bagdad, Al-Mustansiriyah

Bagdad, Al-Mutanabi Street

Guardiano di Babilonia, Museo Iraq

1° giorno, Italia – Iraq

2° giorno, Baghdad

Un aereo colmo di pellegrini variopinti, hazara sciti provenienti dal Pakistan, ci deposita a Baghdad, 30°. L’accoglienza è indescrivibile: perfino i poliziotti della dogana ci regalano sorrisi di benvenuto. La luce è opaca e polverosa, sa già di Medio Oriente. Grandi strade invase dal traffico e dal vociare animato dei venditori, carretti carichi oltre misura che viaggiano contromano, portici invasi dalla mercanzia delle botteghe. In alto, palazzi color sabbia, le antiche facciate finemente cesellate, i balconi di legno che un tempo affacciavano sull’ampia Rashid Street, ora sono consumati dal tempo e dalle ingiurie delle numerose guerre che qui si sono succedute. Gli appartamenti, ormai in grande parte disabitati, ospitano i magazzini delle botteghe sottostanti. Cupole azzurre e minareti sbucano qua e là, tra i primi piani dei palazzi talvolta pericolosamente inclinati. Un passaggio inaspettato e siamo nelle strette vie del suq, schivando altri carretti spinti a mano, perdendoci tra teiere, tappeti, vestiti. All’improvviso ecco la facciata dell’Università Al-Mustansiriyah, il grande cortile inondato dal sole che disegna impeccabili geometrie di luce e ombra, le stanze vuote dall’acustica perfetta del pian terreno, i dormitori al primo livello. Ancora un vicolo stretto e si arriva alla casa da tè Shahbandar. Volute di fumo profumato, l’acqua che ribolle nei narghilé. Fotografie, ventilatori al soffitto che ronzano nella calura del mezzogiorno, divani di legno da cui si sollevano chiacchiere, risate, discussioni letterarie. Appena fuori, Al- Mutanabi street, la via dei librai, è invasa da mamme e bambini che comprano libri per la scuola. Verso il tramonto il disco arancione del sole colora il cielo dietro le sponde del Tigri, mentre la gente passeggia quieta sulla Corniche. Le prime ombre della sera portano un’aria mite in Piazza Tahrir, al centro nel 2019 di una dura repressione delle proteste studentesche. Oggi però niente carri armati, niente cariche sulla folla. L’acqua della grande fontana danza alle spalle del Monumento alla Libertà, i bambini giocano scalzi a pallone, una coppa di plastica dorata aspetta i vincitori su una panchina, il venditore di melograni attraversa la piazza con il grande vassoio sulla spalla. Il sole ormai è tramontato.  Si accendono le prime luci della sera.

3° giorno, Baghdad – Babilonia – Kerbala

Pronti-via, siamo già bloccati nel traffico di Baghdad. Dalla terrazza dell’hotel l’aria fuligginosa del mattino si stende sui palazzi della capitale: un edificio intero si alterna a uno distrutto. Due gocce azzurre, quelle di Al-Shaheed, il monumento ai Martiri, si perdono nella foschia. Sotto, incisi sulla pietra, i nomi e le qualifiche di tutti i soldati morti prima e durante il regime di Saddam, molti non sono tornati dalla guerra contro l’Iraq, dieci anni di combattimenti e un milione di morti. Separate come due parti dello stesso frutto, le gocce di lacrime sono immense nel luogo deserto. Solo un gruppo di lavoratori protesta vicino all’ingresso reclamando un contratto nuovo. Lungo la strada, distese di palme e traffico. Un bassorilievo di Saddam Hussein bucherellato dalle pallottole è l’unico monumento rimasto del dittatore. Poco distante, l’azzurra Porta di Ishtar introduce all’antica Babilonia. Gli imponenti edifici costruiti dai sovrani babilonesi e riedificati da Saddam sono ormai vuoti. I grandi ambienti senza più il tetto, il dedalo di stanze per ingannare i nemici, il leone che abbatte lo straniero, le strade lastricate dove sfilavano le processioni ora sono invase dall’erba. I preziosi tesori trafugati ed esposti nel museo di Berlino. Il sito archeologico fronteggia un altro palazzo, posto poco più in alto sulla collina, che ha seguito l’ascesa e il declino del suo illustre proprietario, Saddam. Gli ampi saloni senza più mobili, le finestre vuote, i lampadari senza luce, gli stucchi sbriciolati. La reggia è oltraggiata da scritte di scherno vergate sui muri dai soldati americani. La tempesta della Storia ha saccheggiato tutto.

La strada ora prosegue verso Kerbala, la città santa dell’Iraq. Il buio moltiplica lo scintillio di luci riflesse da milioni di specchi nei Mausolei di Hussein e Abbas: qui folle di pellegrini, famiglie con bambini vestiti a festa, tutti si avvicinano alle tombe dei martini, da dove si levano grandi lamenti, si piange e ci si batte il petto. Ma l’atmosfera intorno è festosa: si sosta sui tappeti, si fanno fotografie ai più piccoli, di mangia e si beve. Le cupole dorate dei due mausolei si fronteggiano illuminando la notte.

Paludi mesopotamiche

Pastorelli, paludi mesopotamiche

Nassiriyah, il bazar

4° giorno, Kerbala – Najaf – Uruk – Nassiriyah

L’aria è fresca quando lasciamo Kerbala, questa mattina. La strada è piatta, una monotonia interrotta a tratti da un bosco di palme. La temperatura sale e quando arriviamo a Najaf il grande cimitero è inondato dal sole. Sei milioni di persone sono sepolte qui, un labirinto tale che per ritrovare la tomba dei propri cari bisogna affidarsi a una guida. Anche il Mausoleo di Alì è gremito di pellegrini, enormi ventilatori tentano di rinfrescare i fedeli che si ristorano alle fontane. Dotti studiosi dal turbante nero o bianco camminano svelti, i libri sottobraccio, le lunghe vesti svolazzanti. Sui grandi tappeti nei cortili si riposa o si condivide il pasto. Lasciamo le scarpe e, scostate le pesanti tende, passiamo i controlli. La coda compatta, di donne da una parte e uomini da un’altra, ondeggia. A un cenno si leva una preghiera. L’interno risplende di luci e specchi. Una guardiana armata di piumino d’oca ci sorride, ci fa cenno di seguirla e ci scorta alla tomba del santo. L’accoglienza è straordinaria e suscita la commozione reciproca. Un breve scambio per dirci chi siamo, che religione professiamo, un bacio e un abbraccio. Si esce dal Mausoleo storditi da tanta bellezza e colmi di benedizioni. I defunti vengono accompagnati qui, prima di raggiungere il vicino cimitero, dove cosparsi di acqua di rose verranno interrati, il  viso rivolto alla Mecca. Qua e là una ciotola d’acqua placherà la sete degli uccellini che si poseranno tra le effigi di chi non c’è più: soldati, molti giovani, perfino bambini.

Riprendiamo la strada. Breve sosta al supermercato per acquistare da mangiare e bere, il proprietario, gentilissimo, ci offre succo di melograno da sorseggiare durante il lungo viaggio fino a Uruk. Arriviamo che è quasi l’ora del tramonto. La piana è ampia, qui, dove re Gilgamesh ha costruito la prima città conosciuta, che ha dato vita alla prima scrittura, l’alfabeto cuneiforme, e dove si ritiene sia nata anche la ruota. La Ziqqurat di Ishtar emerge dalla sabbia del tempo: fu costruita 5000 anni prima di Cristo. I piedi affondano tra una moltitudine di cocci, resti di vasellame, cunei per sostenere la lunga muraglia che cingeva la città. Ecco il pozzo sacro per lavare le strade e, accanto, una tavoletta in caratteri cuneiformi. Che magia. Il sole tramontando deposita una luce di cipria sulla città, ancora sommersa per il 96%. Gli antichi carrelli dei primi archeologi tedeschi giacciono arrugginiti sui binari. Dietro la Ziqqurat di Ishtar sorge Venere, la sua stella, che brilla dalla notte dei tempi.

5° giorno, Nassiriyah – Paludi mesopotamiche

Nassiriyah è una città pacifica, dove hanno sempre convissuto sciiti, sunniti ed ebrei. Anche durante il conflitto la gente era incredula di fronte alla furia distruttrice dei combattimenti. Unico episodio rilevante fu proprio l’attentato in cui morirono 28 persone, nel novembre del 1993: 19 erano soldati italiani. Oggi quella struttura ospita l’ufficio della locale Camera di commercio. La facciata è ancora danneggiata. Invece il vecchio cinema Al-Andalus, aperto nel 1945, ha terminato le sue proiezioni allo scoppio della guerra con l’Iran. Una lama di luce illumina il pulviscolo vorticante che si deposita sulla galleria, mentre in platea il posto dei sedili è stato preso dalle auto parcheggiate. In città non hanno quasi mai visto stranieri, sicché al mercato sono tutti molto incuriositi, estremamente disponibili e, come ovunque in Iraq, gentilissimi. Un giro tra i banchi, saluti e benedizioni, quindi un buon caffè che ristora.

Si prosegue verso la zona delle Paludi mesopotamiche. Un tempo verdissime e molto estese, furono prosciugate da Saddam per scovare alcuni dei suoi oppositori che lì trovavano nascondiglio. Dopo la caduta del leader Baath furono recuperate, ma il periodo felice non è durato a lungo; oggi è Erdogan a minacciarne la sopravvivenza. Il presidente turco infatti ha fatto costruire sul suo territorio alcune dighe per intercettare l’acqua del Tigri, privando nuovamente questa regione dell’elemento vitale. La popolazione però resiste e continua a vivere nell’area ancora paludosa. Le antiche capanne di canna di tradizione sumera popolano gli isolotti che emergono dal limo primordiale. I bufali nuotano placidi in cerca di cibo fino a sera, quando fanno ritorno alla loro famiglia di umani: qui sono amati e vezzeggiati come persone. Il silenzio è rotto solo dal ronzio delle strette piroghe a motore. Del ponte costruito da Saddam sono rimasti solo due piloni: i pescatori ci passano accanto ogni giorno, il vento della Storia lo ha spazzato via. L’acqua tranquilla si increspa appena al passaggio dei bovini. Poi, quando cala il sole, si fa subito buio e si rientra a Nassiriyah, la città pacifica. Qui c’è il Tempio dei Manday, la prima religione monoteista del mondo. I suoi esponenti ci raccontano quanto è moderna questa fede antichissima che professa la pace, protegge gli animali – unici esseri viventi esatti – e crede nell’energia del Cosmo. Un dogma che sembra sintetizzare religioni monoteiste e filosofie orientali e che ha come simbolo un ramo d’ulivo coperto da un drappo di seta. Sembra una croce ma non lo è, e chissà se l’ha ispirata.

Ur

Re di Ur, Museo dell’Iraq

Ziggurat di Aqarquf

6° giorno, Nassiriyah – Ur – Taq-i-Kasra (Ctesifonte) – Baghdad

Piove, tutto intorno è grigio uniforme, cielo e terra senza soluzione di continuità. Lungo la strada, affiorano dalle brume le mura cinte da filo spinato di un carcere così vasto che si perde in lontananza come una visione onirica. È la Balena, prigione di massima sicurezza dove sono rinchiusi a vita i peggiori criminali, tra questi una massiccia rappresentanza dell’Isis. Di qui non si esce fino alla morte, che può giungere prematuramente per condanna, malattia o vecchiaia: quest’ultima la casistica meno frequente. Un assaggio contenuto del diluvio sumerico precede il nostro arrivo alla città di Ur. Nella nebbiolina lasciata dalla pioggia compare la sagoma massiccia della Ziqqurat per eccellenza. Il primo compendio di leggi – no, non è il Codice di Hammurabi – ma anche il primo arco (a sesto acuto) e la prima civiltà: tutto ha avuto origine qui. La piramide sorveglia la vallata. Intorno il Palazzo reale, il cimitero da cui, con il favore della pioggia che tutto dilava, emergono resti di monete. La terra custodisce ancora molti tesori, molti altri però sono stati trafugati e figurano nelle esposizioni dei musei di tutto il mondo occidentale: e sul tema oggi il governo iracheno è giustamente molto sensibile, basta un minimo furtarello, anche solo di un coccio, per rischiare anni in galera.

Una timida luce ora scivola sulle pareti della Ziqqurat, regalandole una tonalità calda. In lontananza quella che forse fu la Casa di Abramo, dove la sua famiglia esercitava ricchi commerci: una moltitudine di stanze ormai vuote, qualche mensola, una fuga di archi che aprono viste sulle piccole camere. Pioggia e sole si rincorrono, ma prevale il grigio, molti chilometri ci separano da Baghdad. Controlli talvolta lunghi ai posti di blocco. È quasi sceso il tramonto quando arriviamo a Taq–i-Kasra, la remota Ctesifonte. Il palazzo del 600 dopo Cristo costruito dai sovrani Sassanidi svetta dietro i muri di protezione in cemento, l’arco dall’ampia campata ha resistito al tempo, così pure l’impalcatura messa dai tecnici di Saddam per avviare il restauro, poi abbandonata con il susseguirsi delle guerre. In fondo alla strada di accesso un altro grande palazzo, costruito sempre dal dittatore, sul luogo dove sorgeva una costruzione Sassanide: un tempo ospitava una albergo e vari negozi, ora è vuoto e buio, i pavimenti coperti di spazzatura. Il sole tramonta, mentre nell’aria si incrociano i canti dei muezzin dalle vicine moschee. I due palazzi, simbolo di poteri remoti e recenti, si fronteggiano vacui, finché il crepuscolo ne dissolve le sagome. La strada continua fino alla capitale, che ci accoglie nella notte tiepida.

7° giorno, Baghdad – Aqarquf – Baghdad

Il Museo nazionale iracheno ha i depositi pieni zeppi di reperti archeologici, ma non dispone di spazio sufficiente per esporli tutti. La strada per arrivare attraversa la celebre Zona verde che ospita i palazzi governativi e dei ministeri: la più sorvegliata della capitale, senza permesso non si può entrare. Tutto è cintato da muri di cemento e filo spinato, guardie armate fino ai denti e mezzi blindati. Dentro il museo, invece, si respira la Storia antica, dalla prima comparsa dell’uomo nel nord della regione fino all’avvento dell’Islam. Tra bassorilievi e statue si spargono le scolaresche vocianti. Un labirinto di corridoi, popolato di uffici amministrativi, porta a un deposito dove hanno trovato temporaneo rifugio i libri polverosi del vecchio bookshop, in attesa di essere nuovamente ospitati in una sede degna.

Usciti ancora una volta a fatica dal traffico cittadino ecco la Ziqqurat di Aqarquf, che svetta sui resti arrugginiti e polverosi di un resort realizzato ai tempi di Saddam. La piramide dilavata dalla pioggia, dedicata al sommo dio Enlil, mostra i suoi mattoni antichissimi sorretti da strati di canniccio. Bianche colombe hanno fatto il nido nelle fessure di areazione, sporgono il capino prima di prendere il volo. Il rientro a Baghdad è accompagnato dalla solita colonna sonora; una cacofonia di clacson suonati da automobilisti snervati e irritati, che si danno reciprocamente consigli a gran voce su come si guida. Incolonnati per tempi immemorabili all’ombra di semafori del tutto superflui, veniamo superati di gran carriera da una lunga serie di mezzi blindati dei Corpi speciali della polizia. Mitragliette spianate, caschi dotati di mirini potentissimi, i soldati ti guardano seri, poi sorridono e salutano. Fanno comunque una certa impressione. Con questo traffico il pranzo si trasforma in una cena anticipata che scocca all’ora della merenda. Nel centro più ricco della capitale, il quartiere al-Mansour, i negozi esibiscono vetrine scintillanti e marchi internazionali, mentre sulla Corniche lungo il Tigri si respira aria di festa. È giovedì sera, le famiglie escono a passeggiare, si gioca, si corre, si va in bicicletta. Venditori di tè, palloncini e frutta secca richiamano l’attenzione con le loro grida. Il fiume scorre buio e silenzioso alle spalle della gente che si gode il fresco della sera. Un ultimo check-point prima di rientrare in hotel, il poliziotto ci scruta e decide che non ci sono problemi. Chissà se ha fiutato l’odore della birra con cui abbiamo brindato poco prima? Per la cronaca, era una Reem: uno dei 3-4 marchi iracheni, quasi tutti prodotti nel Nord, in Kurdistan, dove professano gli zoroastriani e l’Islam è religione minoritaria.

Samarra, la Grande Moschea

Abu Dalaf

Hatra

8° giorno, Baghdad – Samarra – Abu Dalaf – Hatra – Mosul

Mattina presto, una cappa grigia si stende sulla città di Baghdad: è venerdì, giorno di festa, il traffico ha abbandonato le strade. Si punta al Nord. Una nebbia sabbiosa si distende tra i campi e i palmeti. Si moltiplicano i posti di controllo: soldati di diverse divisioni ispezionano i nostri documenti. Le milizie un tempo impiegate contro l’Isis sono rimaste qui a sorvegliare il territorio, mentre nella luce quieta della mattina il minareto a spirale di Samarra presidia silenzioso i muri della grande moschea distrutta dai Mongoli nel 1200. La vallata si allunga a perdita d’occhio, dalle sabbie affiorano le mura di quella che fu grande città, creata per essere più bella di Baghdad da un califfo riottoso, scacciato dalla capitale. In lontananza, la moschea di Abu Dalaf e il suo minareto a spirale, più piccolo ma più aggraziato di quello di Samarra, occhieggia sulla moschea ormai deserta.

La strada prosegue verso Nord, sfila dinanzi al villaggio di Saddam, Hoja, totalmente disabitato: l’ingresso sbarrato, i palazzi sforacchiati dalle pallottole, nessuno deve abitarlo mai più. I check-point non danno tregua, si susseguono sempre più numerosi: fortunatamente non tutti ci fermano a lungo. Blindati con mitragliatrici e milizie di Drusi controllano la rotta verso la Siria, e ne hanno ben donde. Autobombe accartocciate e arrugginite sul limitare della strada ricordano infatti che l’Isis passò da qui.

Il sito di Hatra ha resistito al tempo e alla Storia recente. Qualche scritta nera vergata da Daesh, come viene chiamato qui l’ex Stato Islamico, sfregia le pareti dei grandi templi, ma è ben poca cosa rispetto alla grandezza delle costruzioni sacre. Buona parte delle statue sono state portate al museo di Baghdad, salvandole dalla furia iconoclasta. Un sole morbido illumina i bassorilievi, scritture in aramaico e in arabo scolpite nella pietra, fregi sui frontoni delle porte. L’antica civiltà di Hatra – capitale del primo Stato arabo, pre-islamico e dall’arte sincretica, un po’ ellenistica e un po’ persiana – all’interno delle sue mura produceva anche il vino e una statua di Bacco troneggiava nella cantina, ora vuota. Uno stuolo di bambini corre tra le rovine, mentre il sole al tramonto deposita una luce dorata sulle mura.

Cala il buio, ancora pochi check- point, l’ultimo è quello degli artificieri che controllano l’ingresso a Mosul. Un lungo viale di luci colorate ci deposita nella città martoriata dalla guerra e poi dall’Isis. Cinque milioni di abitanti dinamici e vitali, nonostante tutto.

Lalish, santuario degli Yazidi

Mosul, distruzioni dell’ISIS

Erbil, bazar

9° giorno, Mosul – Kurdistan: Lalish – Erbil

L’impatto emotivo con la città di Mosul è davvero intenso. Fino a pochi anni fa l’Isis ha occupato il suo centro storico, uccidendo intere famiglie e annientando ogni cosa. Luoghi di culto cristiani e musulmani distrutti, case sventrate. Pavimenti, tappeti, scale in rovina compaiono tra le macerie, brutale strazio di ciò che fu un focolare domestico. “Aman – Safe” recitano le scritte di vernice bianca sulle macerie delle abitazioni bonificate dalle mine. Dove famiglie di ebrei, cristiani e musulmani vivevano insieme ora è solo deserto e distruzione. Un gruppo di artificieri ci scorta attraverso un piccolo quartiere, dove stanno ancora sminando le case. Ma è solo questione di tempo: finanziamenti dell’Unesco, degli Emirati Arabi, dello stesso stato iracheno hanno avviato un’ampia campagna di ricostruzione che sulla carta vuole essere filologica: tutto verrà riedificato com’era, dov’era. La vita, inarrestabile, riprende il sopravvento sulla distruzione, già oggi. Attraversate tante macerie, dall’altra parte della strada ecco il suq, vivacissimo, pieno di voci e movimento. Pesci guizzanti, spezie, colori, persone. Un vecchio dagli occhi azzurri è un fiume di parole, ci racconta di quando l’esercito ordinò agli abitanti di chiudersi in casa per due giorni, poi si allontanò senza combattere, lasciando via libera all’Isis: una decisione apparentemente senza senso, che qui ritengono orchestrata dagli americani. La gente fa capannello intorno a lui, annuisce, commenta a sua volta. Poi ci offre tè e biscotti mentre camminiamo in una nuvola di spezie colorate, immersi nel profumo di sapone di Aleppo. Lasciamo la città uscendo dalla porta che segnava l’entrata principale dell’antica Ninive. 12 chilometri di mura, di cui buona parte giace ancora sottoterra.

File di auto, la bandiera con il sole sventola alla frontiera: entriamo in Kurdistan. Compaiono le montagne, punteggiate di ulivi e percorse da greggi di pecore gonfie di lana. A Lalish il tempio degli Yazidi oggi è poco frequentato. Sette Angeli invisibili sostano sotto le porte del monastero, ricevendo preghiere e richieste sottoforma di sciarpe di seta colorata annodate, e ogni nodo è una speranza. L’antico albero, che porta il bel nome di Laila, riposa nel cortile detto del Mercato. La veste degli Yazidi, un tempo bianca, è ora rosso sangue: troppi morti l’hanno macchiata, un autentico genocidio. Nessuna immagine alle pareti del santuario in mezzo agli ulivi, solo un fuoco che arde e gli elementi della natura, espressione del divino.

La strada ora conduce a Erbil, ultima tappa del viaggio. Vallate brulle, check- point nel sole calante: è ormai buio quando arriviamo. La sorpresa è grande: grattacieli illuminati, negozi, ristoranti, alberghi. L’economia fragile del Kurdistan si regge su quote del petrolio iracheno e su investimenti stranieri, ma ha dato vita a una metropoli moderna: sembra di essere sbarcati su un altro pianeta, certo in un altro Paese, sensazione accresciuta dal sapere che gli iracheni, qui, possono investire solo da un anno. E per entrare pagano il visto, come fossero cittadini stranieri. Nel cuore della città la Cittadella ormai svuotata dai suoi commerci domina dalla collina: le fanno da piedistallo strati di mura di tante civiltà che si sono succedute nel tempo. Ai suoi piedi, il ricco bazar offre ogni genere di merce: variopinte boccette di profumi, abiti, piramidi di frutta secca e dolci. Venditori ambulanti affettano e friggono ogni tipo di pietanza: felafel, dolma, hummus, babaghanouj. Lassù, in alto, la mezzaluna galleggia nel cielo, osserva da tempo immemorabile il Paese che fu la culla della civiltà, il Paese delle Mille e una notte. La speranza è che possa vederlo rifiorire, inshallah. Il suo popolo meraviglioso lo merita.