Etiopia: Diario di viaggio

Il nostro amico Luciano Bardi, grande viaggiatore e persona molto curiosa, ha voluto condividere con noi il suo dettagliato diario di viaggio, già pubblicato sulla sua pagina Facebook. Queste minuziose annotazioni sono il sincero e colorito resoconto delle tre settimane trascorse in Etiopia insieme ai nostri accompagnatori, seguendo il programma “Spedizione in Dancalia e Natale etiope” e l’estensione dedicata alle regioni tribali del sud.

Luciano abita in provincia di Torino, viaggia sempre con la moglie Fiorella ed è un appassionato fotografo.

IL DIARIO DELLA SPEDIZIONE

Giorno 1 – Awash Falls lodge

Oggi è il giorno di partenza di un viaggio di 20 giorni che ci porterà a conoscere diverse zone dell’Etiopia, inizieremo con la depressione della Dancalia, una delle regioni più inospitali del mondo. Proseguiremo con gli altipiani nella zona centrale del paese per poi terminare, ripassando per Addis Abeba, con le zone tribali del sud fino a raggiungere la valle dell’Omo sfiorando i confini col Kenya. Questa volta non viaggiamo da soli, per questo viaggio, viste le condizioni instabili del paese, ci appoggiamo ad un’agenzia di Milano, Amitaba. Saremo comunque in pochi, un massimo di sei persone più l’accompagnatore dall’Italia ai quali andranno di volta in volta aggiunti i locali, guida etiope, autisti, cuochi e personale di supporto.

Diversamente dal solito, questa volta decidiamo di partire da Torino, Lufthansa propone un volo di andata e ritorno su Addis Abeba a circa 780 euro. Il volo sarà certamente più lungo perché dovremo raggiungere Francoforte per poi partire per L’Etiopia. In compenso non dovremo percorrere il tragitto in auto fino a Malpensa, tratto che, soprattutto al rientro, è sempre particolarmente stancante visti i voli notturni dove si dorme poco e male.
Di Lufthansa c’è ben poco, da Torino voliamo su Francoforte con air Dolomiti, un’ora e 10 minuti di volo e poi, dopo un’attesa di circa un’ora e trenta, Ethiopian Airlines ci accompagna ad Addis Abeba dove atterriamo intorno alle 6.30 dopo circa 6 ore e mezza. Ottimo aereo, dormiamo poco, servizio di bordo mediocre, soprattutto la colazione.

La prima impressione dell’aeroporto è pessima, nei corridoi, stivati alla rinfusa, parecchi nastri trasportatori che di certo non danno il senso di ordine e pulizia, di solito negli aeroporti il paese cerca di mostrare il suo meglio, qui non è così.
Raggiungiamo il ritiro bagagli, anche qui parecchia confusione, i nastri sono pochi, sopra ci sono valigie appartenenti a voli diversi, degli addetti le posano per terra quando i nastri non ne possono più. Troviamo le nostre due borse in mezzo alle altre, stivate in un angolo, tutto bene.

Usciamo dall’aeroporto, c’è tanta gente, questo è uno dei periodi di punta del turismo. Due Toyota 4×4 ci aspettano e con loro i due autisti e la guida etiope, Enoch. Siamo affamati, lo striminzito croissant di Ethiopian non è certo stato sufficiente. Entriamo in un bar/pasticceria, bello, pulito, ottimo cappuccino ed altrettanto buono il croissant. Sul bancone in bella mostra il panettone ed il pandoro italiani, dopotutto qui il Natale deve ancora arrivare.

Attraversiamo Addis Abeba, è presto, il traffico è scorrevole, isola spartitraffico con piante e fiori, moltissimi edifici in costruzione a sottolineare quanto sta accadendo ormai in molti parti del mondo, cioè la concentrazione delle persone nelle grandi città, questa non fa eccezione. Visitiamo il museo nazionale, qui sono conservati importanti reperti e resti fossili di Australopitecus Afarensis. Unitamente ad altri scheletri c’è una replica di quello di Lucy, un ominide femmina alta poco più di un metro, vissuta nella valle dell’Awash circa tre milioni e mezzo di anni fa. Proseguiamo con la visita del museo etnografico, strumenti musicali, croci Copte e gli appartamenti arredati dove abitò l’ultimo imperatore dell’Etiopia, Hailè Selassiè, detronizzato dai socialisti nel 1974. Ristorante per il pranzo, tappa alla Ethio Telecom per acquistare una SIM locale, circa 10 euro per due giga di traffico dati e poi circa 210 km di auto, fino a raggiungere il lodge, nostra destinazione di giornata dove passeremo la notte. L’uscita da questa città di circa otto milioni di abitanti è estremamente caotica, un traffico impressionante. Percorriamo poi circa 60 km di autostrada, bella, ben tenuta ma percorsa da carretti ed animali, cosa che rende impossibile andare a velocità sostenuta. Frequente la presenza della polizia munita di radar di controllo. Finiamo sulla strada statale, piena di villaggi e di animali, gli asini sono dappertutto, quando li incontri non sai mai quale direzione prendano, a volte sono coricati nel bel mezzo della carreggiata. Costeggiamo il lago Bishalt, niente di particolare, oggi e domani sono due giorni di trasferimento utili ad avvicinare la Dancalia, patria degli Afar.

Arriviamo al lodge al tramonto, purtroppo troppo tardi per fotografare il sole che scompare tra le piante di acacie. La camera è essenziale, spartana, bagno no privacy, circondato da mura alte un metro e mezzo, senza porta: questa è l’Africa. Cena all’aperto col fuoco accesso a combattere le poche zanzare presenti, vista notturna con le torce elettriche delle cascate e degli occhi fluorescenti dei numerosi coccodrilli che abitano le acque del fiume Awash, le lucciole volano tranquillamente intorno a noi in questa bellissima serata africana dalla temperatura molto mite, alle 21.30 ci sono 27 gradi col 47% di umidità.

Meteo: Giornata molto bella, sole pieno, caldo e secco.

Cibo: Mangiamo a pranzo ed a cena il classico cibo etiope. Un piatto circolare in lamiera con sul fondo posata una specie di crepe, di circa 3 mm di spessore, di apparenza spugnosa e di colore grigio. La chiamano “injera”: viene prodotta con un cereale chiamato teff, coltivato sugli altipiani del centro del paese. Il teff viene macinato e miscelato con acqua, poi lasciato fermentare per tre giorni. Il risultato è un prodotto morbido dal sapore leggermente acidulo, a differenza del gruppo io e Fiorella non apprezziamo particolarmente.
Adagiata sull’injera della carne, a volte di capra a volte di Zebù, un quadrupede simile alle nostre mucche. La carne è tendenzialmente dura, la pratica di sminuzzarla non la rende comunque morbida.

Dettagli: Percorsi circa 210 km in auto, scattato solo 60 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 2 – Semera

Lasciamo Lucy, la nostra camera, intorno alle 7, dopo una notte trascorsa tranquillamente nella pace del luogo, disturbata solo dall’imponenza delle cascate. In camera la doccia non funziona, abbiamo solo l’acqua fredda e quella ci tocca utilizzare per lavarci. Colazione all’aperto e poi discesa alla base delle cascate. È tanta l’acqua dell’Awash nonostante il periodo di secca, di colore marrone, con alcuni coccodrilli che nuotano in cerca di cibo mentre altri sonnecchiano sulle rive del fiume.

Sono le 9.30, partiamo alla volta di Semera, la capitale della Dancalia e del popolo Afar. Attraversiamo un parco naturale, incontrando qualche orice, alcune gazzelle, Kudu, facoceri ed uccelli di diverse specie. Le acacie ospitano colonie di uccelli tessitori con i loro inconfondibili nidi. Termitai giganti, alti fino a 5 metri, si mostrano in tutta la loro imponenza formando torri di colore ocra dalle forme bizzarre. Incontriamo un pastore Afar armato di Kalashnikov che vaga alla ricerca del suo gregge all’interno del parco, acconsente di essere fotografato, fiero. Le armi, importate di contrabbando dai paesi confinanti, sono una dimostrazione di agiatezza, un simbolo di potere che ostentano apertamente con il loro modo di essere.

Camminiamo nel parco, non badando alla presenza di una guardia armata, una donna in abiti militari che ci segue ed accompagna.
Proseguiamo verso nord/est, ci aspettano circa 400 km di strada asfaltata in discrete condizioni. Slalom continuo tra gli asini che camminano nel mezzo della strada incuranti del pericolo, di tanto in tanto dei veri e propri crateri nell’asfalto ci costringono a deviare sui bordi della strada. Parecchi camion fuori strada, completamente distrutti ed abbandonati, questa è l’arteria che congiunge l’Etiopia al Gibuti, di fatto il porto naturale del paese visto che non ha sbocco verso il mare, il traffico dei camion è intenso, poche auto.

Oggi è la festa dedicata all’arcangelo Gabriele, tutti gli etiopi sono in festa, bandiere in evidenza, nastri con i tre colori a cingere i capelli delle donne. Ci fermiamo in un ristorante locale, c’è moltissima gente nonostante il posto non sia dei più invitanti. Mangiamo poco, il cibo è il solito (injera e carne), i camerieri distribuiscono il cibo rimasto a dei locali, il cui modo di vestire nel giorno di festa è piuttosto indicativo della loro povertà.

Riprendiamo il viaggio, le capanne degli Afar costeggiano frequentemente la strada. Si tratta di una struttura a forma di igloo in legno di acacia, ricoperta da delle tende di iuta, a volte dotata di un telo riflettente atto a riflettere i raggi del sole per cercare di contenere la temperatura all’interno. Intorno ci sono i recinti in rami di acacia accostati, utilizzati come protezione dei loro animali, unica fonte di sostentamento. Nei villaggi più grandi qualche edificio in muratura adibito in genere a scuola. Incontriamo anche delle piccole “città”: qui le case sono edificate con una struttura in legno sulla quale viene deposto un mix di malta e paglia a fungere da intonaco, il tetto in lamiera zincata. Le pareti esterne a volte sono dipinte con dei colori estremamente vistosi ed intensi, sovente una parabola satellitare. La corrente elettrica è presente mentre manca sempre l’acqua in casa, di solito sono presenti dei pozzi ai quali le donne accedono con gli immancabili bidoni gialli, i contenitori dell’olio di palma importato dall’Arabia.

Parecchia gente in strada, gli Afar sono mussulmani e quindi le loro donne sono in maggioranza velate, vestite con abiti lunghi, leggerissimi e dai colori vivaci. Gli uomini vestono indifferentemente i pantaloni o la gonna.
Un giovane è fermo davanti al suo camion in avaria, la necessità di bere è eloquente dai suoi gesti. Il nostro autista non si ferma, dal finestrino aperto gli lancia una bottiglia d’acqua… missione compiuta!

Parecchi km in mezzo al nulla, tutto brullo, colore dominante il giallo dell’erba secca, caldo, temperatura intorno ai 35 gradi. Incontriamo un check point di militari intenti a giocherellare col cellulare, non ci degnano di uno sguardo, meglio così, una probabile tangente di passaggio in meno da pagare.
Infine un lago attorniato da rocce di origine vulcanica, catapultate qui da chissà dove.
Raggiungiamo Semera intorno alle 18, per fermarci all’hotel Ruftana, edificio di recente costruzione, questa sera la doccia funziona, la sistemazione è più che decorosa.

Meteo: Molto bello, il lodge era a circa 1000 m s.l.m., questa mattina circa 18 gradi. In giornata abbiamo continuato a scendere di quota, la Dancalia è una depressione che raggiunge i meno 150 m s.l.m., Semera, punto di arrivo odierno è a 380 m s.l.m., alle 18 circa 28 gradi.

Cibo: Discreta colazione consumata all’aperto, sotto di noi le cascate dell’’Awash. Pane tostato, marmellata e uova dal colore bianchissimo, sembra non ci sia l’arancio del tuorlo, succo d’arancia naturale ma molto agro. Pranzo da dimenticare a base di injera e carne mentre a cena servizio a buffet con minestra, pollo ruspante molto buono, un po’ di frutta, tutto bene.

Curiosità: Le nostre due Toyota sono vetture diesel. Questa mattina durante il rifornimento ho letto il prezzo del carburante, un litro di gasolio costa circa mezzo euro, cifra folle se pensate che un impiegato di banca percepisce per un mese di lavoro circa 180 euro ed una cassiera di supermercato raggiunge a malapena i 60 euro!
Gli Etiopi allevano gli Zebù, una specie simile alla nostra mucca, i maschi hanno delle corna gigantesche. Tendenzialmente è un animale da carne, poca la produzione di latte. Ultimamente hanno praticato degli incroci con le nostre mucche per cercare di aumentare la quantità del latte. Hanno molte specie di animali nel loro territorio ma si limitano da sempre, per motivi religiosi, a mangiare solo quelli con lo “zoccolo spaccato”, vale a dire zebù, capre, pecore e polli. Nessun animale selvaggio viene ucciso per alimentarsi.
Dettagli: Percorsi circa 420 km, scattato 235 foto, la maggior parte abbassando il finestrino dell’auto. Fermarsi nei villaggi per fotografare è praticamente impossibile, le donne si ritraggono e non accettano di essere fotografate.<br/ ><br/ >

Giorno 3 – Alalo Bed

Oggi ci inoltriamo a sud/est, spostandoci verso il confine col Gibuti e addentrandoci in terreni via via più inospitali ed estremi. A colazione c’è parecchio cibo, ma non è di nostro gradimento… sono pietanze salate per palati etiopi, che difficilmente un europeo riesce a mangiare alle 7 e mezza del mattino.

Lasciamo l’hotel alle 8.30 e subito incappiamo nella “burocrazia” del popolo Afar. In Dancalia non ti puoi spostare a piacimento, devi sottostare ad una serie infinite di regole che alla fine si traducono sempre in balzelli più o meno onerosi. Sostiamo un’ora e mezza in attesa che la guida riesca a dirimere un contenzioso con le autorità locali. Necessitiamo di un ulteriore permesso inventato, sembra, all’ultimo minuto, proprio in occasione del massiccio (si fa per dire) arrivo di turisti in questo periodo. La guida deve effettuare un bonifico in banca ed aspettare che i funzionari verifichino l’accredito… ed intanto il tempo passa.
Ne approfitto per fare un giro “turistico” all’interno degli uffici, mischiandomi alla popolazione. Per quanto io ci pensi mi risulta estremamente difficile descrivere l’ambiente, la cosa che mi colpisce è l’estrema aria di rilassatezza che si sprigiona da quel luogo, la fretta e l’ansia non sembrano appartenere a questo mondo, uffici bui con pochissima luce, non ci sono code, solo gente che entra ed esce in continuazione.

Intorno alle 10.30 riusciamo finalmente a lasciare Semera dirigendoci verso sud, 70 km nel nulla, solo qualche sparuto villaggio Afar ed il fiume Awash che inizia a morire nel deserto. Bellissima la sua storia, nasce sui monti ad ovest di Addis Abeba e poi, circa 1200 km dopo, muore nel lago Abbe ai confini col Gibuti, lasciando parte delle sue acque nei deserti intorno ad Asayte. In questo periodo ha poca acqua ma continua a contribuire al benessere di tante persone, Afar in testa, una vita data al suo paese.

Raggiungiamo Asayte e poi Afambo, paese Afar con case fatte con rami di acacia, a volte rivestite di malta. La povertà è evidentissima, molta sporcizia in giro, le bottiglie di plastica riempiono i fossati lato strada. Per proseguire ci servono ulteriori autorizzazioni: questa volta finiamo direttamente alla locale stazione di polizia. Ben due “pistoleri Afar” salgono con noi in macchina sul sedile anteriore, sul braccio sinistro della divisa blu la scritta “Kafar Police”, sono entrambi muniti di Kalashnikov, la gendarmeria pretendeva ne avessimo quattro a bordo ma noi rifiutiamo, non sapremmo dove metterli.

Proseguiamo sempre verso sud con direzione lago Afambo, strada sterrata, pastori accompagnati da greggi di zebù e sorpresa… appena dopo il villaggio di Afambo la strada è interrotta. Raggiungiamo le rive del lago e non c’è più il ponte, non possiamo proseguire, scendiamo dalle auto sconcertati. Questione di un attimo e ci accorgiamo che i pastori Afar e soprattutto gli zebù sono molto più a disagio di noi. Questa è la strada che percorrono le greggi per arrivare in Gibuti, dove vengono vendute nei mercati locali. Senza il ponte è un vero dramma, devono per forza guadare il lago in uno dei suoi canali periferici.
Rientrando, lasciamo i pistoleri ad Afambo e poi, strada facendo, ci fermiamo a visitare una scuola locale, i bambini non sono presenti in questo momento, rispettano dei turni, arriveranno più tardi.

Ci fermiamo ad Asayte, vista la povertà dei luoghi oggi abbiamo il lunch-box con dei panini preparati ieri sera dai cuochi dell’hotel, ci limitiamo a prendere un caffè nel “bar” dove sostiamo per pranzo. Ripartiamo per Alalo Bed, posto caratterizzato dalla presenza di pozze sulfuree ribollenti di fango. Strada facendo incrociamo un gruppo di babbuini, scatto loro delle foto prestando molta attenzione senza allontanarmi dalla macchina. Prendiamo a bordo altri due locali, sembra siano le guide per avventurarci alle pozze dove arriviamo tardi, troppo tardi purtroppo, non c’è più molta luce: peccato. Il posto è affascinante, è la descrizione che sovente facciamo dell’inferno, qui tutto è in ebollizione. Un altro pistolero locale ci sta aspettando per accompagnarci al campo tendato.

Troviamo le tende già installate, ci limitiamo a posare i materassini, siamo sotto un’infinità di stelle in mezzo ad altri turisti, anche loro italiani. Fa caldo, alle 19 ci sono ancora 31 gradi. Circa 12 tende sono posate, ceniamo veramente bene. Amitaba ha previsto tutto, cuochi e personale di assistenza, minestra, spaghettini, carne in umido con verdure, tutto molto buono, manca solo il caffè. Un’ora di conversazione e poi andiamo a dormire. Di usare il sacco a pelo non se ne parla, il caldo è tremendo, speriamo di riuscire a dormire.

Meteo: Sole pieno tutto il giorno, raggiunti i 35 gradi.

Dettagli: Percorsi 233 Km, scattato 326 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 4 – Vulcano Era Ale: incredibile!

Bellissima la notte trascorsa in tenda, il solo sacco lenzuolo usato come coperta nelle prime ore del giorno è stato più che sufficiente, non abbiamo di certo patito il freddo, al mio risveglio il termometro indica 27 gradi. Sveglia alle 6.45, colazione da re, il cuoco ci sa fare, plumcake con marmellata, banane, manghi in quantità. Una carovana di dromedari passa vicino al nostro accampamento, il loro incedere è affascinante, le foto sono d’obbligo. Collaboriamo a smontare il campo e poi partiamo con destinazione nord, il target odierno è il vulcano Erta Ale, che raggiungeremo transitando per il lago Afrera e le sue saline.

Usciti da Semera affrontiamo un altopiano caratterizzato da rocce di origine vulcanica, il giallo dell’erba secca si mischia al nero delle rocce con le immancabili capanne Afar che, non si sa come, riescono a sopravvivere anche in questo posto desolato. Pit stop caffè nei dintorni un cimitero Afar in compagnia di un avvoltoio che, incurante di noi, si riposa in cima al palo della luce adiacente al “bar”. Proseguiamo, all’orizzonte il profilo del vulcano Afrera, stiamo entrando in Dancalia, temperatura torrida, finestrini delle auto completamente abbassati. Arriviamo al lago Afrera, di fronte a noi le saline, un contrasto di colori grandioso, il blu del lago ed il bianco accecante del sale, impossibile guardare senza occhiali, il termometro indica 37 gradi.

Pranzo in un “ristorante” in mezzo alle caprette che girano libere in mezzo ai tavoli, con il pavimento in terra e una solerte cameriera munita di scopa che spazza le ossa gettate incurantemente dai clienti. Sediamo su delle panche accostando un tavolo sporco: fortunatamente il nostro cuoco ci viene in aiuto, provvede a pulire e ci serve del riso con lenticchie preparato la sera precedente, apprezzata àncora di salvezza. Riceviamo dal ristoratore l’injera con la carne, loro piatto locale, non partecipo al banchetto. Una graziosissima cameriera ci serve il caffè e accetta di essere fotografata, ma è troppo buio all’interno e le mie foto non sono un granché.

Visitiamo le saline, il lago è alimentato da una quarantina di sorgenti sotterranee di acqua calda, salatissima, immergo una mano, sento bruciare intorno alle unghie. Adesso il termometro indica 39 gradi col 37% di umidità, al sole ci sono più di 40 gradi, non è così facile stare all’aperto. Questo villaggio viene alimentato dai generatori, la corrente elettrica sta arrivando e strada facendo abbiamo notato i preparativi per la nuova linea. Il lago è a circa 100 metri sotto il livello del mare, le saline sono alimentate da delle pompe che pompano l’acqua salata nel bacino più in alto e viene fatta tracimare per caduta da una vasca all’altra. Riposando ed evaporando lascia degli strati di sale spessi fino a 50 cm che vengono poi raccolti e spediti sui camion alle successive lavorazioni.

Inizia lo sterrato, arriviamo al villaggio di Kursuagge dove ci tocca pagare l’ennesima tangente per accedere alla strada che porta al vulcano. Il posto è tutt’altro che bello, ma le persone, i loro abiti ed i bambini lo rendono spettacolare. Difficile però fotografare, non accettano di buon grado. Carichiamo la guardia armata e partiamo, sterrato estremamente infido, fez fez a volontà poi terra battuta, costeggiamo la strada che congiungerà Semera al Dallol, l’highlight della Dancalia. I cinesi la stanno costruendo, è tutta in cemento armato, fa troppo caldo qui, l’asfalto non resiste, si sgretolerebbe in breve tempo. Siamo in ritardo con la tabella di marcia, sono circa le 17 ed abbiamo ancora più di un’ora per arrivare al campo base del vulcano. Incappiamo nell’ennesimo posto di blocco Afar, sembra sia spuntato solo negli ultimi giorni in concomitanza dell’arrivo dei turisti, impossibile passare senza pagare, la guida deve elargire ben 200 dollari per il passaggio delle nostre tre auto.

Arriviamo alla base del vulcano alle 18.30, è buio, dovremo salire in cima al vulcano con le torce frontali. La strada è stata bloccata dagli Afar: potremmo salire in auto per almeno altri tre km e risparmiarci un bel po’ di fatica, ma non è possibile perché non vogliono rinunciare ai proventi del trasporto con i dromedari. Parecchie persone salgono loro in sella per farsi portare in quota ed altrettante si fanno portare il cibo ed i materassini per dormire vicino ai bordi del cratere.

Mangiamo prima di affrontare i circa 7-8 km di salita: il cuoco ci prepara un piatto di pasta, accompagnato da frutta e the. Maria non se la sente di salire a piedi, decide di utilizzare il dromedario accompagnata dalla guida etiope mentre noi iniziamo la salita camminando di buona lena, percorriamo dapprima la strada dedicata alle auto (quella bloccata dagli amici Afar) e poi ci inerpichiamo su delle pendici di lava solidificata. Le frontali fanno il loro dovere, la salita non è così difficoltosa, siamo molto veloci, raggiungiamo e sopravanziamo diversi altri gruppi, arriviamo al campo base in quota dopo circa un’ora e mezza di marcia, proseguendo poi attraverso un tratto impegnativo fino a raggiungere i bordi del cratere.

Che dire, è uno spettacolo. La lava ribolle sotto di noi, indossiamo le mascherine perché i vapori di zolfo sprigionati sono tossici e fanno bruciare la gola. Non restiamo molto, è l’ultimo giorno dell’anno, dall’Italia abbiamo portato un panettone che è diventato una sogliola, schiacciato nella nostra borsa. Non possiamo fare il brindisi, abbiamo solo acqua, ma non ci importa: nessuno di noi ha mai trascorso niente di simile!
Intorno le rudimentali capanne Afar, un cerchio di pietre sovrapposte con un tetto in rami di acacia coperto da un nylon tutto stracciato, vedo le stelle. Polvere dappertutto evidenziata dalle frontali, dormiremo in terra, sui materassini portati dal dromedario, per circa 4 ore. La sveglia è prevista alle 4 per andare sul cratere ed assistere al sorgere del sole.


Meteo:
Giornata molto bella, caldissima, dormiamo vestiti nella capanna Afar, basta e avanza, le coperte non sono necessarie.

Dettagli: Percorsi circa 340 km, siamo nella depressione della Dancalia, oggi raggiunti i meno 111 m s.l.m., scattato 246 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 5 – Assabole:…e per tetto un cielo di stelle

È il primo giorno del nuovo anno, il suo sopraggiungere è stato un qualche cosa che non dimenticherò mai. In lontananza i bordi rosso fuoco del vulcano e davanti a me un sacco di gente che si appresta a visitare l’Erta Ale. Frontali, torce, veri e propri fari a penetrare il buio, genitori con in braccio i loro figli addormentati, polvere, tanta da costringerti a soffiarti il naso frequentemente, le capanne Afar intorno a noi ed ai dromedari che riposano incuranti di quanto di magico sta succedendo intorno a loro.

Abbiamo a disposizione due capanne, in quella di sinistra dormono le donne nell’altra dormono gli uomini. Alfredo preferisce dormire all’aperto, in fondo non è poi così diverso, sopra la mia testa il nylon è squarciato e sono veramente sotto le stelle.
Non riesco a prendere sonno, la sistemazione è parecchio precaria, il battuto di terra smossa che funge da pavimento non è in piano, è una lotta costante per trovare una posizione stabile. I km percorsi in auto e la salita a piedi per giungere fin qui sono sicuramente un ottimo sonnifero, ma non basta, la notte è un continuo dormiveglia.

Sveglia alle 4, una manciata di acqua sul viso, due biscotti, frontale accesa e via alla volta del cratere. Maria non è della partita, preferisce scendere subito al campo base accompagnata da Alfredo.
Volgo lo sguardo verso il vulcano, non c’è il bagliore di ieri sera, sta dormendo anche lui, la sua attività è molto meno intensa. Siamo soli, la gente sta ancora dormendo nei camping improvvisati distanti circa 500 metri dal bordo cratere. Sopraggiunge l’alba, all’orizzonte un continuo cambio di colori, l’amico Erta incomincia ad affollarsi, ci sono parecchi orientali. Un drone si solleva in cielo ad immortalare questo posto indimenticabile. Pian piano affiorano i particolari, scopriamo la bellezza del luogo, il fumo del vulcano, il suo bagliore mischiato alla luce del sole che sta sorgendo, il mare di lastre di lava solidificata e friabile sul quale abbiamo camminato ignari durante la notte… WOW che bello!

A malincuore dobbiamo andare, mi volto indietro continuamente quasi a voler portare via con me un angolo di questo incredibile posto, raggiungiamo il nostro bivacco notturno, carichiamo sul dromedario i bagagli e la nostra pattumiera ed iniziamo la discesa verso il campo base ai piedi del vulcano, circa 7-8 km a piedi. Con noi c’è anche un ragazzino etiope a farci da guida, in aggiunta alla nostra guida ufficiale ed al poliziotto Afar. Quest’ultimo mi riprende ogni qualvolta rimango indietro, cioè di continuo: sono sempre l’ultimo, costantemente fermo a fotografare ”il giorno dopo”. Impressionante la quantità di rifiuti lasciata indietro dai turisti, soprattutto bottiglie in plastica e di alcool. Francamente mi vergogno, è inconcepibile un simile comportamento ed è impensabile pensare che gli Afar puliscano per conto nostro, anche se in effetti sono pagati per il loro servizio.

Arriviamo a destinazione, ci aspetta una colazione grandiosa, succo di mango, crepes con marmellata, uova strapazzate e frutta a volontà, veramente bravo il nostro cuoco. Grande affollamento intorno a noi, decine di fuoristrada parcheggiati che pian piano iniziano a partire, i dromedari degli Afar che ritornano carichi di bagagli e materassini, anche qui un porcile, sembra il giorno successivo ad un rave party…

Lasciamo anche noi il posto ma non ci dirigiamo a Nord come da programma, prendiamo una strada alternativa molto più lunga ma più praticabile, è asfaltata. Scavalliamo montagne in continuazione, panorama molto bello, selvaggio, ci fermiamo in un piccolo villaggio a consumare un frugale pasto a base di riso preparato dal nostro cuoco e poi, tra il solito nugolo di bambini, risaliamo in auto.

Arriviamo a Berhale, stiamo per entrare nell’area del Dallol, ci tocca nuovamente pagare per avere i permessi di accesso. Sostiamo circa un’ora in mezzo alla gente del villaggio, i bambini intorno a noi, lascio la fotocamera ad un ragazzo Afar appassionato di fotografia, è contentissimo scatta a ripetizione, a posteriori con poco successo, non importa, ricevo uno dei pochi sorrisi avuti finora, tanto mi basta. Ho del tempo per me finalmente ed i bambini non si sottraggono alle foto, scatto alcune delle immagini più belle dell’intero viaggio. È il tramonto quando arriviamo ad Assabole, uno striminzito villaggio Afar situato ai bordi del fiume Saba, quello mitico del re Salomone e della regina di Saba. La povertà del posto è evidente, abitazioni totalmente in rami di legno intrecciati, porta di lamiera, potremmo dormire all’interno ma scegliamo diversamente, dormiremo sotto le stelle.

Il capo villaggio ci porta delle specie di brandine, con un telaio in legno supportato da 4 gambe alte circa 80 cm. Sulla sua base in vimini, intrecciato alla buona, posiamo i nostri materassini. Non avremo sicuramente freddo, al calare del sole ci sono ancora più di 30 gradi. Ci sentiamo e siamo sicuramente sporchi: i capelli, quei pochi rimastimi, sono maledettamente legati tra di loro da una coltre di polvere, il prurito è insopportabile, non abbiamo acqua per lavarci, l’unica soluzione è il fiume. A gruppi ci fiondiamo in acqua, mi allontano, trovo la mia ansa, non c’è molta acqua ed è piena di piccoli pesci. Con qualche difficoltà riesco a lavarmi, faccio appena in tempo a rivestirmi che sopraggiungono due ragazze e due bambine Afar, vengono a prendere l’acqua con gli immancabili bidoni in plastica gialla, bevono l’acqua del fiume. Sorrido, le bambine mi guardano e mi parlano, l’unica cosa che afferro è “faranji” nella loro lingua significa uomo bianco e non viene mai usato con gentilezza ma bensì in senso dispregiativo. Non importa, li posso capire, negli anni abbiamo dato loro mille motivi per disprezzarci prevaricando costantemente il loro modo di vivere e la loro cultura. Mangiamo sotto le stelle un’ottima cena, un po’ di conversazione, pulizia denti e bagno “naturale” e poi ci adagiamo sui nostri soppalchi, in cielo un terzo di luna ed una miriade di stelle, cosa pretendere di più…

Meteo: Molto bello, caldo e secco.

Dettagli: Percorriamo circa 350 km, 40 di sterrato il resto di asfalto in ottime condizioni, la strada è stata appena asfaltata, scattato 266 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 6 – Assabole: il Lago di Sale e l’inferno del Dallol

La notte sotto le stelle è stata fantastica: ho dormito benissimo sul mio “soppalco”, dove di tanto in tanto arrivava qualche gradevole folata di vento caldo. Il solo sacco lenzuolo è stato più che sufficiente a coprirmi, la temperatura nella notte non è scesa sotto i 27 gradi. La mattina mi svegliano prima il raglio degli asini e poi il canto dell’Imam. Alle 5.30 la sua voce possente riempie tutta la valle del Saba, che scorre a poco più di 100 metri dal nostro campo. Percepisco l’umidità, il termometro indica il 68%: durerà lo spazio di due ore e poi perderà la battaglia, il sole la abbatterà pesantemente portandola come di consueto intorno al 30% e rendendoci la giornata più sopportabile.
Alle 6 sono in piedi, la classica manciata di acqua sul viso, rifaccio “il letto” aspettando la colazione, la partenza per il Dallol è prevista alle 7 ma il cuoco si attarda con la colazione.Alle 7.45 finalmente partiamo, con noi la solita guardia armata con tanto di uniforme. Arriviamo ad Ahmed Ela, ultimo barlume di civiltà prima del nulla più assoluto. Solito blocco Afar: è necessario pagare per avere l’autorizzazione a visitare il Dallol, punta di diamante della Dancalia, posto famoso in tutto il mondo e meta ambita di tutti i viaggiatori. Con noi sale un secondo “pistolero” locale, anche lui armato di Kalashnikov: niente divisa, gonnellino e arma a tracolla. Abbandoniamo l’asfalto, inizia lo sterrato. Davanti a noi un mare di colore bianco, l’accecante lago Assale, senza occhiali non riesco a tenere gli occhi aperti se non per breve tempo. Sullo sfondo una carovana di dromedari, una di quelle che vorremmo incontrare, con gli animali carichi di placche di sale da trasportare a Macallè passando per la valle scavata dal fiume Saba. Resterà un sogno, un ricordo dei tempi andati: quella che vediamo da lontano non è una carovana del sale. Attraversiamo il lago, 300 km di circonferenza ricoperti da uno spessore di 3 km di sale, per raggiungere il Dallol, incontrando auto piene di turisti che hanno già terminato la visita.

Alle 9.30 arriviamo, avvicinandoci alla collina che dovremo salire per visitare questo posto incredibile, il sale si colora sempre più di arancio. Una decina di auto presenti, non c’è molta gente. Dallol, secondo la definizione che ho trovato, è “un cratere vulcanico dalle caratteristiche uniche, è il risultato dell’esplosione di una camera magmatica, posta sotto un deposito di sale dello spessore di 3 km, lasciato dopo che il Mar Rosso si era ritirato da questa depressione. La regione, una vasta landa salina e desertica dove le temperature possono raggiungere i sessanta gradi, è uno dei posti più inospitali della terra. Sorgenti calde acide, montagne di zolfo, coni di sale, piccoli geyser gassosi, vasche di acidi isolate da cornici di cristalli di sale e concrezioni di evaporiti, di zolfo, di cloruro di magnesio o di soda solidificati. Il tutto su un fondo bianco, giallo, verde o rosso ocra, colori dati dalla forte presenza di zolfo, ossido di ferro, e di vari altri minerali”.

Restiamo a bocca aperta, tutto è stupefacente. In un angolo dei resti di abitazioni: istintivamente penso al disordine Afar, ma niente di più sbagliato… è quello italiano. Siamo arrivati nel bel mezzo dell’avamposto costruito dai nostri connazionali alla fine degli anni ’30, quando l’Etiopia era una nostra colonia. In questo posto estraevamo il potassio dalle viscere della terra e, solidificato, lo portavamo in Italia ed in Etiopia stessa allo scopo di usarlo nell’industria bellica. La nostra “avventura” si concluse dopo cinque anni e la stazione andò alla deriva, ridiventando a poco a poco preda della natura. Adesso è impressionante da vedere, le concrezioni di sale hanno ricoperto i rottami, le travi e quant’altro, le mura delle poche abitazioni rimaste in piedi sono letteralmente sgretolate dal sole. Non mi stupisco, mentre passeggiamo il termometro sul mio zaino indica 43 gradi. Terminiamo la visita, siamo gli ultimi a partire, due ore trascorse in un attimo indimenticabile. Sono le 11.30 circa, riprendiamo le auto, costeggiamo la collina per raggiungere il monte rosso, delle formazioni di sali di magnesio con degli spuntoni che emergono dal lago Assale a 116 metri sotto il livello del mare. Grande spettacolo, ocra del magnesio e bianco del sale, molto bello, sostiamo purtroppo troppo poco, il caldo sta diventando insopportabile.

Proseguiamo alla volta di una pozza di acqua calda di colore arancio con dei bordi pieni di cristalli e poi ci fermiamo per pranzo all’ombra delle torri di pietra che emergono dal lago, davanti a noi gli Afar stanno preparando le lastre di sale da portare a Macallè. Sostiamo due ore circa, il caldo è tremendo. Pranzo comodamente seduti, riso in bianco con uvetta ed anguria. Nel frattempo gli Afar hanno abbandonato il lavoro. Quando arriviamo sul campo di estrazione non c’è più nessuno e purtroppo ci perdiamo la loro bravura, la loro manualità nell’estrarre i blocchi di sale e nel preparare le lastre che poi, adesso solo più marginalmente, vengono caricate sui dorsi dei dromedari per il trasporto.

Sperando in un loro ritorno dopo la pausa pranzo, ci inoltriamo nel lago, raggiungiamo l’acqua, tutto è abbagliante. Iniziamo a camminare in quest’acqua tremendamente salata ma dobbiamo desistere, l’acqua diventa troppo alta. Ripartiamo, i lavoratori della piana del sale non sono ritornati, peccato, rientriamo ad Ahmed Ela dove sostiamo per un caffè in un bar locale, capanna circolare, pavimento in terra battuta, sgabelli alti 20 cm e caffè in continua preparazione.

Assabole ed il nostro campo ci attendono, da ormai tre giorni siamo praticamente isolati dal mondo. La scheda locale acquistata ad Addis Abeba è bloccata, non ne conosco il motivo. Proverò a capire non appena arriveremo in un paese connesso, spero domani a Gheralfa.
Temperatura ancora molto alta, non c’è l’arietta di ieri. Arrivano altri turisti italiani: il campo è al collasso, troppa gente, dobbiamo cambiare la cucina ma rifiutiamo di spostare i nostri “posti letto”. Il fiume Saba anche oggi ci concede le sue acque per poterci lavare, bagnetto anche per gli scarponi, sono bianchi di sale. Minestra di verdura, un piatto di patatine, della verdura cotta ed un pezzo di pizza che non è certamente la cosa migliore preparata dal nostro cuoco.

Alle 22,10 ci sono 32 gradi col 50% di umidità, cielo stupendo, luna luminosa, il soppalco ci attende.

Meteo: giornata di pieno sole, caldo torrido.

Dettagli: percorsi 91 km, praticamente tutti sul lago Assale, scattato 375 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 7 – Gheralta: nuovi orizzonti

Seconda notte trascorsa sotto le stelle, più calda e senza vento. Non dormo molto, fa troppo caldo e ci sono diversi moscerini ad aggredirci. L’Autan non sortisce effetto, per fortuna non c’è nessuna zanzara. Mi addormento in compagnia della luna con la costellazione di Orione al mio fianco.
Notte agitata, gli asini iniziano a ragliare, è ancora buio pesto, la luna è scomparsa ed Orione si è adagiato appena sopra la montagna. Alle 5.30, puntuale, l’Imam inizia la sua preghiera, riesco a vedere delle flebili luci nella moschea, una capanna di rami ai lati del villaggio.Alle sei siamo in piedi, 28 gradi di temperatura ed il 60% di umidità, solito “bagno naturale”. Un po’ di acqua in faccia e via, ci addentriamo nella valle del fiume Saba, passo davanti all’ansa dove mi sono lavato negli ultimi due giorni. La speranza di incontrare una carovana di dromedari proveniente da Macallè è sempre più lontana, non ci credo più. La valle comunque è molto bella, pareti di arenaria alte fino a 200 metri illuminate di arancio dal sole che sta sorgendo. Camminiamo per circa un’ora e mezza poi rientriamo a fare colazione, alle 9 partiamo alla volta di Berhale, rifacendo la strada di due giorni addietro, il primo tratto è veramente spettacolare, formazioni di roccia striate di colore tendente all’arancio, un’autentica tavolozza da disegno.

Lasciamo i meno 50 metri di Assabole, iniziamo a salire sull’altopiano, durante la giornata raggiungeremo i 2580 m s.l.m. La vegetazione cambia completamente, abbandoniamo il nulla per incontrare prima il verde delle acacie seguito poi da quello degli eucalipti, un altro mondo.
Saliamo nel Tigrai: verde, coltivato, tutto terrazzato. I Tigrini sono gente molto operosa, in prevalenza di religione cristiana. Qui ci sono parecchi cani a gironzolare per le strade, mentre gli Afar dancali non ne hanno – per loro, essendo musulmani, il cane è un animale impuro.
Frequenti i blocchi al traffico, catene e corde posate di traverso alla strada, controllano il traffico di armi proveniente dai confini. Normalmente, riconoscendoci come turisti, non ci fermano.

Cambia anche il modo di vestire, non ci sono più donne velate e gli uomini vestono i pantaloni al posto del gonnellino Afar. Ci sono ragazze in pantaloncini corti con gli auricolari in testa, calcio balilla e biliardini sotto le tettoie ai margini delle strade, un altro pianeta. Tantissima gente a piedi, gli etiopi in genere sono grandi camminatori, con loro l’inseparabile bastone tenuto dalle braccia e appoggiato sulle spalle, posizione che permette di avere il torace aperto ed i polmoni liberi di riempirsi a piacimento, senza costrizione.

Qui si coltivano i cereali, soprattutto il teff, in basi di terra battuta dove, a maturazione avvenuta, le piante vengono depositate e gli zebù vengono impiegati per calpestare e far precipitare in terra i semi piccolissimi, di circa mezzo mm di diametro. La paglia viene agitata e privata dei semi, progressivamente tolta dal mucchio fino a quando in terra non restano che i semi di colore grigio destinati alla vendita ed alla produzione dell’injera, una sorta di piadina spugnosa dal sapore acidulo. Coltivano anche il sorgo, un cereale dalla pianta simile al nostro mais con la differenza che non ha la pannocchia ma un fiore che, giunto a maturazione, lascia il posto ai semi che raccolti vengono macinati producendo una farina.

Ci fermiamo a visitare la chiesa di Mikael Imba risalente al tredicesimo secolo, interno di 17 x 9 metri, alta circa 6 metri, scavata nella roccia e raggiungibile in circa un quarto d’ora a piedi dal parcheggio auto.
Interno di per sé molto bello ma contaminato da suppellettili varie che lo rendono dannatamente disordinato, cosa che cozza col mio stereotipo di chiesa. Dopotutto, come dice Alfredo, una chiesa non si deve vedere si deve vivere. Non posso dargli torto, per un credente è certamente vero.

Ripartiamo, pranziamo a Wukro, con un capretto con verdure: carne dura e piccante, da dimenticare. Entriamo in un bar locale per il solito caffè. All’ingresso, posata in terra, dell’erba appena tagliata come segno di freschezza, la posano anche sui pavimenti di ceramica.
La temperatura si è notevolmente abbassata, in pieno giorno col sole ed un po’ di vento ci sono circa 25 gradi. Non siamo più abituati, sentiamo il fresco!

Arriviamo a Gheralta, entriamo nell’ufficio della Ethio Tel, l’addetto riesce a sistemare i problemi alle nostre SIM locali. Rete permettendo potremo ricominciare a comunicare. Giungiamo in hotel, un posto veramente bello con una camera molto spaziosa e comoda, funziona quasi tutto. Il parco del lodge è stupendo e c’è una coppia di sposi intenta al loro servizio fotografico. Chiedo di scattare loro una foto e resto invischiato nel set, il loro giovane fotografo mi sollecita a collaborare con lui: finisco con lo scattare più di 60 fotografie, solo la mancanza di luce mi costringe allo stop. Passo due ore dopo cena a preparare le foto che poi scarico in una chiavetta consegnatami dal manager dell’hotel. Il fotografo è un suo amico, spero saranno di loro gradimento. Cena a buffet: minestra, agnolotti di carne, dolce e frutta. Ottima.

Curiosità:

Il piccante.
Qui il cibo è tendenzialmente piccante, il peperoncino lo mettono in tutti i cibi. Per me e la mia amica Maria è un problema, sono diventato l’assaggiatore ufficiale vista la mia sensibilità, molto utile soprattutto nei pasti a buffet.
Il caffè. Qui è una vera e propria arte, il caffè etiope è molto pregiato, viene raccolto e poi tostato e preparato al momento, la tazzina viene sempre riempita, è disdicevole servirne solo mezza. Il tutto viene accompagnato da un mini braciere contenente incenso che disperde nell’atmosfera il suo profumo intenso.
Il triangolo. Le auto non hanno a bordo il triangolo, l’eventuale stop per avaria viene segnalato col posare delle pietre sopra l’asfalto poco prima della presenza del veicolo, pratica tutto sommato pericolosa e ulteriore deterrente al viaggiare durante la notte.
Il ciad. È una pianta locale con delle foglie di forma lanceolata, ne esistono cinque tipi diversi. Viene masticata, proprio come si fa con le foglie di coca in Perù: l’obiettivo è lo stesso, questa foglia procura energia, non distrugge i denti come il Betel birmano ma, come tutte le droghe, provoca assuefazione.
Il sale. Come dicevo ieri, sul lago Assale esiste la piana del sale, posto dove gli Afar aiutandosi con bastoni e scalpelli prelevano il sale preparando delle tavolette idonee ad essere caricate sui dorsi dei dromedari. Sembra, condizionale d’obbligo, che ogni tavoletta frutti loro circa 12 birr: considerate che in due ne preparano circa cento in un giorno di lavoro, per un totale di circa 1220 birr, equivalenti a circa 34 euro, 17 euro a testa. Per la popolazione locale è una cifra considerevole, ecco perché le ruspe tardano ad arrivare. Sicuramente gli Afar le stanno osteggiando con forza. Di fatto i dromedari gestiti dai Tigrini sono praticamente scomparsi, la strada, di recente costruzione, permette l’accesso dei camion con incommensurabili vantaggi di tempo e di costi. È solo questione di tempo ed un’altra abitudine secolare scomparirà.

Meteo: Bella giornata, temperatura drasticamente scesa, siamo a circa 2000 metri di quota, per la prima volta la maglietta alla sera.

Dettagli: Percorsi circa 210 Km, scattato 235 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 8 – Gheralta: il Tigrai e le sue meraviglie

Il sole sta arrivando, mettendo in evidenza uno stupendo cielo con le nubi “a pecorelle”. Sono circa le 7, la temperatura è di 18 gradi, esattamente 10 in meno di ieri mattina. Tempo molto bello, oggi saliremo in punta ad uno sperone di roccia – uno dei tanti che emergono dalla piana del Tigrai – con l’obiettivo di visitare due antiche chiese. Ce ne sono parecchie in questa zona, ne sono state censite circa 150. Sono spesso aggrappate alle montagne, a volte difficilmente accessibili: è credenza locale che per raggiungere la casa del Signore si debba faticare.

Iniziamo bene la giornata, il lodge mantiene le aspettative, la colazione a buffet è molto ricca. Partiamo, dopo due km ci dobbiamo fermare, anche qui ci tocca avere le autorizzazioni necessarie e pagare per le visite. Enoch, la nostra guida etiope, persona molto capace con esperienza più che decennale, gestisce il pagamento: sono 830 birr in tutto, circa 25 euro, comprensivo del compenso delle due guide che ci vengono assegnate. Davanti a noi una battaglia feroce tra le guide locali per chi dovrà accaparrarsi una jeep di turisti.

Dopo circa 3 km arriviamo al punto di partenza, Maria, la nostra compagna di viaggio, vista la salita piuttosto impegnativa, decide di rinunciare, si ferma alla base della montagna a passeggiare. Enoch ha deciso di non portare con noi le guide locali perché di fatto non servono, la strada per salire è una sola. Non è cosa facile liberarsi della loro presenza: ad aiutare Enoch intervengono l’autista ed il nostro accompagnatore italiano Alfredo.

Finalmente incominciamo la salita all’amba di Gheralta. Il gruppo è omogeneo: anche qui, come al vulcano Erta Ale, siamo molto veloci anche se alcuni tratti non sono così facili a causa della presenza di rocce scivolose, levigate dal passaggio dei fedeli. A volte ci si deve aggrappare con le mani per salire. Parecchi etiopi durante il tragitto cercano di aiutare i turisti per portarsi a casa una mancia. Paesaggio molto bello, dopo circa un’ora e mezza di salita arriviamo alla prima chiesa, Maryam Korkor, decorata con diversi affreschi del diciassettesimo secolo. Per entrare dobbiamo toglierci le scarpe ma possiamo tenere i calzini, l’interno è bello. In un angolo il sacerdote, sempre presente in queste chiese, vive delle elemosine dei fedeli: gli etiopi sono molto credenti, normalmente collabora con Enoch nell’interpretare gli affreschi.

Raggiungiamo la seconda chiesa, la cappella di San Daniele. Questa è interamente scavata nella roccia, vi si accede tramite una piccolissima entrata posta in prossimità di un profondo dirupo. La cupola interna è tutta affrescata e luminosa, in un angolo il sacerdote.
Iniziamo a scendere l’amba con cautela, il rischio di scivolare è piuttosto alto. Incontriamo due gruppi di turisti italiani accompagnati da Avventure nel mondo, sono una trentina. Siamo costretti a fermarci, si può passare solo uno alla volta. Andiamo a visitare il mercato di Gheralta, molto bello, costumi completamente diversi, frutta e verdura a volontà, le foto sono molto più significative di qualsiasi mia descrizione. Camminando siamo soggetti agli sfottò della popolazione, soprattutto dei maschi che ci apostrofano col solito “faranji” (uomo bianco) ridendo di gusto, non ci faccio più caso, rido anch’io con loro.

Pranziamo molto bene al lodge, servizio a buffet, spaghetti al tonno, penne al pomodoro, antipasti di verdure e una macedonia di frutta… poi via alla volta della chiesa dedicata a Mariam Papacity a Debre Tsion, località vicina a Gheralta. Pomeriggio perfetto, 28 gradi col 25% di umidità. Lasciamo le auto dirigendoci a piedi verso la chiesa, bellissimo il panorama, spuntoni di roccia tutto intorno, bambini che corrono e giocano, zebù che collaborano a preparare il teff, con noi una guida locale, una ragazza con la quale riusciamo a comunicare in inglese. I bambini sono una presenza costante, in qualsiasi posto ci raggiungono e ci girano intorno.
La chiesa è stata costruita sotto ad una montagna, diversamente da questa mattina, basta una passeggiata nei campi di circa mezz’ora per raggiungerla. È chiusa, non possiamo entrare, dobbiamo aspettare il sacerdote. Particolare l’interno, affreschi e tappeti dai colori vivacissimi sui muri.
Rientriamo al lodge, tramonto molto bello, altra coppia di sposi, questa sera non mi faccio coinvolgere.
Riusciamo a connetterci in rete solo a bassissima velocità, praticamente impossibile inviare delle foto, frequenti interruzioni di corrente e continue variazioni di tensione, le lampadine non sono mai accese alla stessa intensità. A cena minestra di porri e patate, lasagne, carne bollita, verdure cotte e crude.

Meteo: giornata molto bella e calda, fresco mattina e sera.

Dettagli: Percorsi circa 67 Km, scattate 368 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 9 – Lalibela: verso la città santa dei cristiani etiopi

Sveglia alle 6.30, prepariamo i bagagli, partenza prevista intorno alle 7.40.
Ottima colazione, ci sono le ciambelle di pasta lievitata fritte nell’olio e inzuppate nello zucchero, la mia amica Laura sa bene di che cosa sto parlando. Sono deliziose, vanno letteralmente a ruba, insieme alla papaya mi danno la giusta spinta per iniziare questa giornata che non sarà certamente facile: dovremo percorrere intorno ai 380 km, la metà dei quali su sterrato, tempo stimato di percorrenza 9 ore.
In realtà partiamo alle 8, la cucina non ci ha preparato i panini per pranzo, succede.La meta quotidiana è la città santa dei cristiani etiopi, la cittadina di Lalibela. Prevediamo di arrivare in serata dove dovremmo incontrare due nostre nuove compagne di viaggio, Maria e Noemi.
Il tempo è bello, ci sono circa 20 gradi, un signore anziano mi corre incontro per prendermi i bagagli incurante del mio diniego. Mi spiace debba portarmi il bagaglio ma lui sta sperando nella mancia, finiamo col dividere il peso delle borse, mancia d’obbligo.
Il sacerdote sta predicando messa, la sua voce, trasmessa dagli altoparlanti, inonda tutto il villaggio, dopotutto tra due giorni è Natale.

Attraversiamo il Tigrai dirigendoci a sud, incontrando diversi villaggi dove la gente vive di pastorizia e di agricoltura. Qui producono yogurt e ricotta, coltivando diversi tipi di cereali a seconda delle stagioni. Le acacie sono sovente ricoperte dalla paglia del teff: la fanno seccare sulle piante per impedire che gli zebù e le capre se la mangino. In alternativa, preparano anche dei covoni recintati dai rami irti di spine delle acacie. La maggior parte delle case sono in muratura, alcune intonacate. Hanno tetti in lamiera e sono molto piccole, penso che l’interno non superi i 9 metri quadri. Moltissima gente chiede un passaggio, il servizio di bus qui è essenziale, uno al mattino ed uno alla sera.
Ci fermiamo ad acquistare dei manghi, gli autisti ne fanno incetta contrattando intensamente con una ragazza. Sembra che in questo luogo siano dolcissimi: ne acquisto uno per circa 20 birr, poco più di cinquanta centesimi.

Strada molto impegnativa, piena di voragini, abbiamo già la schiena a pezzi e siamo a malapena a metà strada. Ci fermiamo a Sekota per pranzo, entrando in città incontriamo un mercato del bestiame, la voglia di fermarmi è incontenibile. Purtroppo tiriamo dritto, non c’è tempo.
Ci fermiamo in un “bar” a consumare i nostri panini, davanti a me un tuk tuk, la voglia di prenderlo ed andare al mercato è grandissima. Potrei andare mentre gli altri mangiano… desisto, ma la voglia di “libertà” incomincia a crescere, non so quanto resisterò prima di sbottare.

Ripartiamo, inizia a piovere violentemente, continui sali e scendi, saliamo fino a 2830 m. s.l.m., pochissimo traffico, qualche camion, non più di una decina di auto in circa 300 km. L’acquazzone sorprende la popolazione, ma siccome non ci sono ripari la gente continua a camminare incurante della pioggia. Mussa, il nostro autista, si ferma ripetutamente a controllare la gomma posteriore sinistra che si sta sgonfiando lentamente. Sta temporeggiando, sperando di arrivare a destinazione senza doverla cambiare. Non ce la facciamo, siamo a circa 30 km da Lalibela, non ci sono stazioni di servizio, ci fermiamo a sostituire lo pneumatico.

Avvicinandoci a Lalibela cambiano le abitazioni: più grandi, col tetto a due falde, finestre, solita struttura in legno, intonacato con paglia e fango. Siamo in dirittura d’arrivo, la città è sulla montagna di fronte a noi, alla mia destra tantissime case nuove. I nuovi villaggi sono stati costruiti per i turisti, la popolazione di fatto viene sfrattata dalla città: queste nuove strutture hanno la priorità rispetto alle abitazioni private, costringendo la gente comune a spostarsi. Le 12 chiese scavate nella roccia sono un patrimonio mondiale, Lalibela viene vista come la Petra africana ed il turismo è in continuo aumento.

Finalmente alle 18 siamo in hotel, per strada già parecchi pellegrini, domani è la Vigilia di Natale, attese migliaia di persone. Ceniamo nel ristorante dell’hotel, minestra di verdura, pollo in umido con verdure, papaya e caffè per chiudere.

Curiosità:

Chiese. In Etiopia il cristianesimo è una delle due principali religioni. Ogni chiesa celebra tre Messe al giorno, partendo dal primo mattino per terminare la sera intorno alle 20.
Segnalazioni stradali. Del triangolo ho già scritto, posano delle pietre in terra a delimitare il veicolo. È consuetudine tra i nostri autisti l’utilizzo delle 4 frecce lampeggianti, lo attivano ogni qual volta incontrano un potenziale pericolo che in qualche modo li costringe a rallentare, le buche sono ovunque.
Proprietà. Il terreno non è di proprietà dei cittadini ma resta dello Stato, al privato appartiene solo quanto sopra costruito. Le strutture ad uso pubblico, sia statali che private, hanno la priorità. Se vuoi costruire un lodge in un punto strategico ti danno la possibilità di farlo ed eventuali abitanti vengono sfrattati: la tua struttura è importante perché crea occupazione.
Diga. Gli etiopi stanno costruendo una colossale diga sul Nilo, ai confini col Sudan. Cito: “I lavori sono iniziati cinque anni fa e la realizzazione è stata affidata dal governo di Addis Abeba alla multinazionale italiana Salini Impregilo. Una volta terminata la costruzione del ciclopico impianto, il bacino avrà una lunghezza di 18 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua (come riportato sul sito di Salini Impreglio), che saranno sfruttati per produrre seimila megawatt di energia elettrica, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la diga più imponente di tutto il continente africano, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa, che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità”. Non è ancora terminata, al momento solo due turbine sono in funzione. La costruzione di questa diga ha creato e crea tuttora grosse tensioni con l’Egitto, che asserisce di avere una diminuzione del gettito del Nilo. Cosa vera, dato che sembra ci vorranno circa tre anni per riempire il bacino della nuova diga etiope. L’Etiopia sta portando a termine un grandissimo elettrodotto che attraversa tutta la nazione, il cui obiettivo principale è vendere l’energia ai paesi limitrofi per portare soldi nelle casse dello Stato.
Problemi. Nei villaggi attraversati oggi c’è un certo livello di arretratezza e un basso livello di istruzione. Alcune associazioni di volontariato collaborano con la popolazione per aiutarli a sopravvivere, dal momento che in questi posti basta un’annata senza piogge a causare la morte per carestia. Un problema consistente è la crescita demografica: sono stati regalati dei preservativi spiegando loro come utilizzarli ma l’anno successivo le nascite sono comunque aumentate…
Tuk tuk. I tuk tuk di colore blu sono presenti in tutte le città più grandi, vengono utilizzati come taxi. Costano una follia, intorno ai 6000 euro. Questo perché lo stato impone una tassa del 300% sull’acquisto.

Meteo: Bello al mattino, acquazzone nel pomeriggio con schiarite in serata.

Dettagli: Percorsi 363 km, scattate 250 fotografie, la maggior parte dal finestrino dell’auto, paesaggi molto belli ma l’impossibiltà di fermarsi non ha certo giovato alla qualità delle foto.<br/ ><br/ >

Giorno 10 – Lalibela: la Vigilia di Natale

Siamo a Lalibela, sveglia alle 6.30, colazione alle 7. Come mai così presto, visto che non abbiamo km da percorrere? Molto semplice, cercheremo di visitare le 12 chiese di primo mattino per evitare le prevedibili code chilometriche. Alle 8, dopo una colazione a base di pane, marmellata e uova strapazzate, iniziamo a girare. Ci sono migliaia di persone, non si passa da nessuna parte.

Saliamo la collina su strade pavimentate con i blocchetti di porfido. L’idea di Enoch, la nostra guida, è di cominciare la visita dall’alto e poi scendere. A differenza dei pellegrini locali noi paghiamo il biglietto di ingresso: questo ci permette di saltare parzialmente le code ma non basta, nelle prime due chiese non riusciamo ad entrare per via della troppa gente. Decidiamo di invertire il senso della visita, azzecchiamo la prima chiesa e poi ridiventa praticamente impossibile entrare in tempi brevi. Accettiamo di fare coda, non abbiamo alternative. Con noi un ragazzo di Lalibela che funge da “raccatta scarpe”: per entrare nelle chiese dobbiamo togliercele, lui si occupa di custodirle e di portarcele quando riusciamo.

Le chiese sono praticamente vuote all’interno, sono scavate nella roccia tufacea di colore mattone. Sono state costruite presumibilmente intorno al dodicesimo o tredicesimo secolo e sono un patrimonio Unesco. Migliaia di pellegrini, per lo più visibilmente poveri: si vede dai vestiti e dalle condizioni del mantello bianco. La maggior parte di loro avrà trascorso la notte dormendo per terra.
Visitiamo la maggior parte delle chiese, entrare è una vera e propria avventura e spostarsi all’interno è anche peggio. Per accedere dobbiamo attraversare dei cunicoli affollatissimi con le porte di accesso molto piccole. Questi conducono al cortile vero e proprio che circonda il perimetro della chiesa. Il servizio d’ordine cerca di incanalare i fedeli, ma non è così semplice. Molti fedeli all’interno delle chiese sono seduti in terra aspettando le funzioni e di fatto limitano abbondantemente il passaggio.

Per ultima visitiamo San Giorgio, sicuramente la più bella e la più conosciuta. Completamente scavata nella roccia, a forma di croce, è un vero spettacolo. Riusciamo ad entrare mischiandoci ai fedeli, gente gentilissima, nessuno spinge, ognuno passa al proprio turno. Meno male, che cosa succederebbe in caso di panico? Meglio non pensarci e continuare a camminare in coda. Sui muri degli “accenni” di pitture, piuttosto malconci ad altezza uomo, più visibili in alto. Il numero di visitatori e la mancanza di cura non hanno sicuramente aiutato la loro conservazione. Nei cortili antistanti le chiese ci sono molti sacerdoti, cantano e pregano accompagnandosi con strumenti musicali.

Frastornati da così tanta gente alle 13 circa andiamo a mangiare, passando davanti ad una distribuzione di cibo per pellegrini. Sono tutti in fila, anche se tra di loro qualcuno fa il furbo e cerca di bypassare la coda prendendosi delle autentiche bastonate dal servizio d’ordine.
Il nostro tavolo è stato dato ad altri, ci tocca aspettare un’ora e mezza per riuscire a sederci ed un’altra ora per mangiare. Nel frattempo, il cielo si è coperto ed inizia a tuonare. Rientriamo brevemente in hotel e poi ritorniamo in mezzo alla folla, non faccio parte del gruppo, preferisco girare per i fatti miei e vedere le cose nel modo che preferisco.

Mi infilo in mezzo alla gente, scatto parecchie foto, a volte chiedo ed a volte “rubo”. Bancarelle di tutti i tipi, anche qui la merce cinese la fa da padrone. Mi reco al mercato permanente, oggi c’è quello del bestiame, interessantissimo, mi soffermo a parlare con la gente, qualcuno parla un inglese povero ma comprensibile, sono gentilissimi, finalmente dei sorrisi. Resto fino a quando fa buio poi rientro in hotel, contentissimo, ho visto le cose a modo mio, per me è importantissimo.

A cena andiamo in una pizzeria locale: non riusciamo ad andare oltre la metà perché proprio non la sanno fare, ci abbiamo provato.
Risaliamo la strada che porta alle chiese per andare a vedere le funzioni della notte. Siamo in pochi, la maggior parte di noi resta in hotel.
È un vero spettacolo: sotto di noi, nel cortile antistante la chiesa, un centinaio di sacerdoti prega. Purtroppo c’è troppa gente e non riusciamo ad avvicinarci ai bordi più di tanto, restiamo poco più di mezz’ora e poi rientriamo.
Giornata incredibile dal grande fascino, non ho mai visto tanta gente pregare insieme, il bianco dei mantelli ed il “buio” dei loro visi, indimenticabile.

Curiosità:

Il pranzo di Natale dei cristiani ortodossi etiopi. È consuetudine mangiare il pollo cucinato con circa 5 kg di cipolle macinate, mezzo kg di burro, mezzo kg di peperoncino piccante (deve essere devastante). Viene diviso in dodici pezzi a ricordare il numero degli apostoli ed accompagnato da uova sode, dodici anche queste.<br/ ><br/ >

Giorno 11 – Kombotcha: verso Addis Abeba pensando a Lalibela

Qui oggi è Natale, giorno di festa, migliaia di pellegrini sorridenti invadono le strade. Questa mattina sveglia alle 6.30, colazione con marmellata di arance, uova strapazzate e del miele locale dal colore bianco, molto denso. Nella notte abbiamo sentito a più riprese il canto dei fedeli. Questa mattina, uscendo dall’hotel, abbiamo visto una cucina da campo e circa 200 pellegrini intenti a fare colazione, seduti in terra e sui muretti di una piazza. Injera e salsa di pomodoro per tutti, con piatto e bicchiere in metallo: non usano posate, strappano dei pezzi di injera e la intingono nel sugo.

Saliamo un’ultima volta la collina per cercare di vedere le chiese non viste ieri e passiamo davanti a delle foto giganti raffiguranti un militare in uniforme. Si tratta di un generale Amhara, francamente non so chi sia. Chiedo alla gente, ne parlano come se fosse un eroe, molte persone in effetti sono in fila per farsi fotografare davanti alla sua foto! C’è molta più folla di ieri, Enoch ed Alfredo riescono con un escamotage a farci entrare, molto belle le chiese, entrambe intagliate nella roccia. La seconda ha una stanza con delle sculture nella roccia di Cristo dove è impedito l’accesso alle donne. Concludiamo la visita con la chiesa di San Giorgio, la rivediamo volentieri. Stefano perde il cellulare, peccato, telefono vecchio ma diverse foto al suo interno.

Rientriamo per un saluto e per dare il compenso al nostro “raccatta scarpe”, poi saliamo sulle auto. È ora di partire, inizia una delle due tappe di avvicinamento ad Addis Abeba. Per tutto il mattino non riesco a togliermi di dosso il pensiero di Lalibela e dei pellegrini, non scatto foto, la mia testa è rimasta là, indimenticabile. Il sorriso, la gioia dei cristiani etiopi ci ha contagiato, abbiamo distribuito centinaia di “salam”. Pensavo volesse dire “buongiorno”, in realtà si avvicina di più a un “come stai”. Qui è consuetudine, di fatto è il saluto quotidiano.
Questa mattina poi siamo stati scandalosi, abbiamo prevaricato sistematicamente le code aiutati dalle guide e dai custodi locali, nessuno ci ha inveito contro… è Natale.

Strada facendo incontriamo diversi camion di pellegrini, di ritorno dopo il pellegrinaggio a Lalibela.
Paesaggio completamente cambiato: oltre al verde, qui la terra è di colore nero con piante di eucalipti in quantità a prendere il posto delle acacie, banane, case come al solito, struttura in legno ricoperta di fango e paglia. Siamo nella stagione secca e si vede, tutti i fiumi sono pressoché privi di acqua. Sostiamo alla chiesa di Genet Mariam, struttura monolitica, interessante il suo interno.
Un panino di verdure a pranzo accompagnato da una banana, su queste montagne non ci sono strutture, mangiamo ai bordi della strada in un posto molto panoramico sedendo sul muretto di protezione.

Intorno alle 17 arriviamo alla periferia di Dessie, qui è veramente sporco. Con l’auto passiamo in mezzo al mercato, siamo ritornati in mezzo ai mussulmani e parecchie donne sono velate. Usciamo dalla città e incontriamo in una curva una decina di scimpanzè, molto belli. Arriviamo all’hotel: non c’è nulla che funzioni in camera, sicuramente la peggiore incontrata, ma la sistemazione è quanto di meglio si possa trovare in zona. Per cena c’è minestra di verdura, carne da dimenticare, verdure accettabili ed un ottimo crème caramel. Siamo riusciti a farci la doccia, la pulizia in generale lascia a desiderare ma il letto sembra pulito.

Curiosità:

Le donne. Quelle da noi incontrate non usano trucco, fatta eccezione per un timido rossetto, nessun profumo, e niente colore agli occhi. Sicuramente la povertà e le condizioni ambientali non giocano a favore.
Aspetto fisico. Tutta la popolazione è molto bella, pochissima gente in sovrappeso e quando succede tocca in genere alle donne mostrare un po’ di pancia, gli uomini sono asciutti come lucertole.
Recinti delle case. È di uso comune recintare il territorio intorno alle case, non ho capito se per motivi di sicurezza o semplicemente di privacy. Sta di fatto che in genere circondano la loro abitazione con delle lamiere zincate, un po’ antiestetiche.

Meteo: Bella giornata, calda e soleggiata.

Dettagli: Percorso circa 280 km, scattate 236 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 12 – Addis Abeba, rieccoci

Notte passata (non senza inconvenienti) nell’hotel. Lo sciacquone ha smesso di funzionare ed ho dovuto togliere il coperchio superiore per attivarlo manualmente, riempiendolo con il doccino di pulizia water quasi sempre presente nei bagni qui in Etiopia. Fiorella ha come al solito lavato gli indumenti intimi, poi messi ad asciugare sul balcone. Uno scarafaggio di circa 4 cm di lunghezza ha ben pensato di utilizzarli come letto e questa mattina abbiamo rischiato di portarcelo dietro nella borsa bagagli. Succede, fa parte del gioco.

Lasciamo Kombotcha in ritardo, questa mattina gli autisti non sono puntuali. Il tempo però è bello, soleggiato, fa un po’ fresco.
Oggi ci tocca l’ultimo trasferimento per arrivare ad Addis Abeba, circa 380 km tutti asfaltati, quasi tutto pianeggiante. Paesaggio meno interessante, molto verde, poche montagne in lontananza, parecchi villaggi lungo tutto il percorso.
Assistiamo a scene di vita locale, con i dromedari utilizzati per il trasporto di qualsiasi cosa, dal legno all’erba. Qui abitano i mussulmani e la poligamia è permessa: moltissime case sono di fatto divise in due parti uguali, perché al marito tocca trattare entrambe le mogli allo stesso modo, solo i ricchi se lo possono permettere.

Proseguiamo e saliamo a circa 3300 metri di quota passando per la finestra di Menelik, uno spazio nel mezzo di due costoni con una bella veduta sulla vallata sottostante, per la prima volta durante il viaggio incontriamo la nebbia ed un discreto freddo.
Qui le piantagioni di eucalipto sono tantissime: cresce molto velocemente ed è una buona fonte di reddito. Le piante vengono tagliate e vendute sia da giovani, per costruire le case, sia da adulte, in tronchi grossi per legna da cucina.

Ci fermiamo a pranzo in un ristorante locale. Siccome non sono in forma mi limito a mangiare delle banane, per gli altri injera e capretto. In mezzo a noi scorrazzano due kudu femmina, addomesticate e molto dolci, che si mangiano le bucce delle banane.
Per alcuni di noi sono le ultime ore di vacanza, l’aereo per l’Italia parte questa sera intorno alla mezzanotte, perciò lo shopping è d’obbligo. Ci fermiamo in un supermercato a comprare soprattutto il caffè, qui è molto buono. Immancabile la Nutella, ad un prezzo per noi folle: un vasetto da 350 grammi costa 255 birr, circa 8 euro!

Entriamo nella periferia di Addis Abeba e veniamo accolti da un traffico intensissimo. Ci sono centinaia di nuovi edifici in costruzione, abitazioni non sempre belle, sovente riempite da una cartellonistica esagerata. Per strada la gente si inventa qualsiasi mestiere, dal pulisci scarpe al pesa persone. Arriviamo finalmente all’hotel Jupiter, ottimo complesso. Salutiamo gli autisti, da domani ne avremo due nuovi. La camera è immensa, potremmo metterci il tavolo da ping-pong e giocare tranquillamente: fino ad ora non abbiamo avuto una sistemazione simile. Cena in hotel ottima, un saluto ai nostri compagni di viaggio che rientrano, domani partenza per il sud del paese, ci aspetta un’ultima settimana di viaggio.

Meteo: Bello, soleggiato, fresco alla finestra di Menelik.

Dettagli: Percorsi 383 km in 11 ore e mezza, scattato 115 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 13 – Lago Ziway: verso le regioni tribali del sud

Colazione così stratosferica che non la descrivo, farei più in fretta ad evidenziare quanto manca.
Partiamo alle 9, più tardi del solito, in direzione sud. Attraversiamo una caotica Addis Abeba, tantissime nuove abitazioni in costruzione in mano a ditte cinesi, sicuramente di dubbia bellezza. Impalcature in legno, mucche che mangiano per strada in mezzo alla spazzatura, la periferia non è molto bella. Case colorate con colori sgargianti, giallo, verde e viola. In un villaggio devono sollevare con una pertica i fili della luce sopra la strada, nell’attraversamento sono talmente bassi che il camion non riesce a passare!Sostiamo a Tiya per visitare le sue 36 stele, sito Unesco, molto piccolo e con poche sculture risalenti al dodicesimo secolo, anche qui guida obbligatoria. Mi aspettavo qualche cosa di più dal luogo. Continuiamo verso sud costeggiando le capanne rotonde degli Oromo e dei Guraghe, sosta per vedere la preparazione del teff, le mucche intente a calpestarlo per farne depositare in terra i semi.
Sosta pranzo in un ristorante molto bello, pranziamo in un locale tutto in legno, la classica casa africana.

Arriviamo a Ziway, grande lago di circa 440 km quadrati, profondo in media circa 9 metri, con acque dal colore marrone. Per noi sono off limits, c’è la possibilità di essere aggrediti da un batterio pericoloso e non abbiamo gli anticorpi necessari a fronteggiarlo.
Andiamo al porto, ci imbarchiamo, visitiamo prima l’isola degli uccelli, posto disabitato e adibito a parco naturale con parecchi volatili tra cui diverse aquile pescatrici. Proseguiamo per l’isola di Ghelila sulla cui sommità è costruita una chiesa dedicata ai quattro evangelisti. Solo quattro abitanti, una coppia sposata in età avanzata, una monaca e suo figlio. Sono sempre soli: qualche turista di tanto in tanto, una volta al mese arrivano i fedeli che vengono qui per festeggiare gli evangelisti. A giudicare dai vestiti sporchi devono essere molto poveri. La coppia vive in questo posto da circa 30 anni, la donna ha un viso che racconta centinaia di storie, affascinante è dire poco.
Lui parla qualche parola di italiano: è nato ad Asmara, nell’attuale Eritrea, ed ha combattuto la guerra.

Ritorniamo al porto, percorriamo la strada che ci divide dall’hotel a piedi. Ragazzi che giocano a fare le capriole, emuli dei loro idoli calciatori, caribù, gabbiani in attesa che i pescatori dividano con loro gli scarti del pesce appena pescato. Sta diventando buio, il ronzio delle zanzare intorno alle orecchie. Qui la cautela è d’obbligo, non abbiamo fatto alcuna profilassi antimalarica.
Camera accettabile anche se molto piccola, la doccia funziona, zanzare presenti.
Cena con minestra di verdura, pollo e avocado come frutta, tutto ok.
Fa molto caldo e dobbiamo dormire con la finestra aperta. Sul letto non c’è la zanzariera, presente invece sulla finestra ma bucata in più punti. Caccia grossa alle zanzare, purtroppo in quantità in camera, poi fiumi di Autan, sperando sia sufficiente.

Meteo: Molto bello e caldo.

Dettagli: Percorsi circa 170 km, scattato 197 fotografie.<br/ ><br/ >

Arba Minch:prima etnia, i Dorze

Sveglia alle 6.30, riprendiamo le buone abitudini. Discreta colazione con pasticcini e frutta, parecchio cibo salato non di nostro gradimento. Lasciamo il lodge alle 7.30, iniziamo ad attraversare i villaggi dei Wolayta e dei Gamo.
Entriamo in un “parco”, virgolettato d’obbligo in quanto è abitato anche dagli uomini, non si tratta di un vero e proprio parco naturale. L’ambiente però è il più simile che abbia visto finora ai grandi parchi africani del Kenya e della Tanzania, con erba molto alta, completamente secca, nascondiglio ideale per molti animali, acacie di tutti i tipi, il giallo ed il verde come colori dominanti. Qualche gazzella, una famiglia di facoceri e diversi struzzi, siamo come al solito accompagnati da una guida locale. Il parco ha al suo interno due laghi salati, Abiyata e Shala, panorama interessante, peccato per la foschia che impedisce di vedere a distanza e rende estremamente difficile scattare foto decenti.
Uno stormo di fenicotteri sulle rive, impossibile avvicinarli, si spostano in continuazione.
Pozze di acqua bollente a 97 gradi, sito non particolarmente interessante, qualche sbuffo di acqua ed un po’ di vapore, niente a che vedere con Alalo Bed, sito dancalo visto durante la prima settimana.
Pranziamo in un ristorante, all’aperto, sotto un grande albero. La carne per me è immangiabile, mi salvo con un’abbondante razione di frutta.Intorno alle 17 arriviamo al punto più interessante della giornata, il villaggio della tribù dei Dorze. Etnia del sud Etiopia di circa 30.000 persone, vivono principalmente nei villaggi vicino alle città di Chencha e Arba Minch. Il loro territorio si estende dalle sponde del fiume Omo agli altopiani che dominano il lago Abaya, a circa 2.600 metri di altezza. Oggi i Dorze sono cristiani copti e sono ferventi praticanti. Sono famosi per le loro enormi capanne, alte fino a 12 metri, che ricordano un alveare gigante. Ci stanno aspettando, quando arriviamo sono tutti seduti all’interno di un cortile circondato dalle loro capanne. Sono grandi produttori di cotone, fibra che tessono e lavorano all’interno della tribù per poi venderlo nei mercati. Producono tessuti colorati, cappelli e quant’altro. Dal finto banano, pianta simile al banano, ricavano una specie di pane che rappresenta per loro una grande fonte di sostentamento. L’ultima attività, non meno importante, è l’accoglienza ai turisti: dietro compenso si lasciano fotografare cantando e ballando, mostrandosi nei loro costumi colorati, un altro modo per combattere la povertà che qui, in effetti, sembra molto più lontana che in altri posti dell’Etiopia.

Un loro rappresentante incontra la nostra guida e dopo un breve conciliabolo ci concede la possibilità di fotografare, a condizione di pagare 200 birr a testa (circa 7 euro). Sono troppo interessanti nei loro costumi, non possiamo rifiutare, accettiamo di buon grado e lo spettacolo inizia. Iniziano a cantare e a ballare, dapprima in ordine sparso poi formando una sorta di girotondo, sono molto cordiali, coinvolgono anche noi, Fiorella e Noemi si buttano nella mischia, vengono vestite con cappello e grembiule.

La loro giovane guida parla un discreto inglese, ci accompagna a vedere le loro abitazioni. Queste capanne sono costruite con una struttura molto resistente di bambù e rivestite con uno strato isolante realizzato intrecciando erba, foglie di falso banano e bambù, con due aperture a forma di orecchio di elefante nella parte superiore per la fuoriuscita del fumo. La pianta è di forma rotonda, l’interno completamente buio con letti disposti ai bordi del cerchio, in centro la zona giorno col braciere centrale. La base circolare è annegata nella terra e viene quasi sempre attaccata dalle termiti: la capanna, divorata da questi insetti che si nutrono di legno, perde altezza anno dopo anno e necessita di saltuari assestamenti. A volte per fronteggiare le termiti le capanne vengono spostate, ma con la dovuta manutenzione possono durare fino a 80 anni.

Assistiamo alla produzione dell’enset o falso banano. Il gambo delle foglie viene raschiato, ottenendo una polpa di colore bianco che poi viene custodita all’interno delle foglie stesse e stivata sotto terra, in una buca, per un periodo di circa tre mesi, trascorsi i quali viene recuperata, fatta cuocere anche questa volta in mezzo alle foglie e poi consumata. La consistenza è simile ad una nostra focaccia, spessa circa 5-6 mm, dal vago sapore di formaggio, nutrimento essenziale per i Dorze. Tutto il processo viene gestito dalle donne: gli uomini coltivano i cereali, il cotone e si occupano della tessitura.

Per finire assaggiamo un loro distillato discretamente alcolico, tutti seduti intorno ad un tavolo. Non sarebbe corretto esimerci dall’acquistare i loro tessuti e loro ne sono consapevoli, ma non ne approfittano. La loro merce vale tutti i soldi richiesti, il prezzo è onesto se paragonato ad altri manufatti incontrati qui ed è di ottima fattura, tutto tessuto a mano.
Concludendo, è stata un’esperienza molto interessante, anche se di certo non spontanea. I Dorze si sono “adattati” al turismo, accettando il mondo esterno, vedendolo come il minore dei mali, l’importante è il bene della tribù. Devo dire che gli riesce anche bene, molti visi sorridenti, pochissimi bui e nessun segno di insofferenza, gestiti a dovere da un loro giovane rappresentante.

Siamo contenti anche noi, quando ce ne andiamo i loro visi sono sorridenti. Per una volta, forse, non ne sono sicuro ho diversi motivi per dubitarne, siamo riusciti ad aiutarli, di certo ci abbiamo provato… la coscienza è un po’ più leggera.
Ritorniamo alla realtà, ripartiamo alla volta di Arba Minch, ottimo hotel, camera eccellente, cena a buffet, vasta scelta ed ottimo cibo, tutto buono tranne il caffè, stranamente.

Meteo: Molto bello e caldo.

Dettagli: Percorsi circa 400 km, scattato 273 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 15 – Konso: la seconda etnia

Questa mattina riesco a vedere il posto raggiunto ieri sera tardi quando già era buio. Siamo su di un costone, di fronte a noi due laghi. Riesco a vedere il colore dell’acqua, è marrone anche qui. Il sito è incantevole e il panorama è molto bello: i due laghi sono divisi da una montagna, il sole sta sorgendo, è un vero spettacolo.

Il proprietario dell’hotel si chiama Haile Gebrselassie ed è un ex-mezzofondista e maratoneta etiope, due volte campione olimpico dei 10.000 metri piani. Questo grandissimo atleta ha saputo investire bene i propri guadagni: ha un altro hotel oltre a questo, commercia miele ed altre sostanze naturali, ultimamente è diventato l’importatore ufficiale per l’Etiopia della coreana Hyundai.

Fa molto caldo, alle 8 ci sono 27 gradi. Mangiamo un’ottima colazione sul terrazzo, riparati dagli ombrelloni, e poi partiamo.
Oggi iniziamo con un giro in barca sul lago Chamo. Appena scesi dall’auto una scimmia approfitta del finestrino aperto per rubare uno dei manghi acquistati dall’autista e lasciati sul sedile, incredibile la rapidità del gesto.

Saliamo in barca, acqua dolce di colore marrone, il lago è lungo 32 chilometri e largo 13, superficie di 317 chilometri quadrati con una profondità massima di 14 metri. C’è parecchia acqua, nelle ultime settimane, a causa delle piogge, il livello si è alzato notevolmente. Le rive del lago, completamente ricoperte di fitta vegetazione acquatica sono un rifugio per un gran numero di specie avicole. Osserviamo alcuni pescatori con una lunga canna infilata in acqua a spingere una sorta di zattera fatta di tronchetti e fasci di canne. Gettano una corta rete nelle acque più profonde e riescono a caricare fino a 60 kg di pesce.

Sembra che i coccodrilli ne rovescino diverse all’anno di queste imbarcazioni, divorandosi il pescatore che sta in bilico su di esse. Accostiamo in un’isola, qui vivono un grande numero di coccodrilli del Nilo, di grandissime dimensioni, anche oltre i cinque metri. Passano la giornata nel fango delle sponde, tra canneti e massa verde putrescente, rimanendo a volte col gigantesco corpo seminascosto sotto il pelo dell’acqua da cui emergono solo le narici e le pupille dei gialli occhi sporgenti. Per la verità ne avvistiamo solo uno, il nostro barcaiolo per agevolare la vista si infila proprio davanti ad un battello di turisti francesi oscurando loro la scena e suscitando il loro disappunto, manifestato con un ironico “bravo”.

L’isola è abitata anche da iguana e da vari tipi di volatili. Vicino alla riva, dove le acque non sono molto profonde passano quasi l’intera giornata gruppi di ippopotami. Aspettano il calar della notte e l’abbassamento della temperatura, per risalire le erbose rive e nutrirsi della gran quantità di materia verde necessaria ogni giorno al loro sostentamento. Tra le erbe della riva emergono grandi alberi morti con i rami rinsecchiti, su cui si appoggiano grandi aquile pescatrici dalla testa bianca.

Ripartiamo e raggiungiamo Konso, la capitale della regione. Qui la popolazione è cristiana protestante, sembra che i missionari tedeschi siano stati i primi ad arrivare in questi luoghi. Pranziamo in un lodge pieno di fiori, con riso al pomodoro e insalata di pomodori per me. Lo so, hanno la buccia. È un rischio potenziale, ma sono stufo di carne dura.

Via alla volta del villaggio Konso di Meckeke. I villaggi dei Konso sono circondati da mura di pietre sovrapposte che in passato venivano costruite per difendere gli abitanti e il bestiame dagli attacchi di altre tribù. Tante piccole “isole” di terra circondate da mura di pietra, ognuna di queste rappresenta l’abitazione di un nucleo familiare all’interno dei quali sono presenti più capanne. L’ingresso, una specie di arco composto di legno e pietre molto angusto, deve essere facile da difendere. All’interno si trova una casa per ogni moglie: ogni uomo generalmente ha al massimo due mogli, ma se è ricco può averne anche di più. Sono presenti altre costruzioni, quali il granaio – che si riconosce perché è sollevato da terra a protezione delle scorte alimentari- e la cucina, che si trova in una capanna strettamente adibita alla preparazione dei pasti.

Una stretta stradina permette l’accesso tra le varie “isole”, non c’è molto spazio, si cammina tra i mucchi di pietre dei recinti di ogni singola casa. Scatto una foto a due donne dall’esterno della loro abitazione, una di loro mi insegue pretendendo, in modo non molto amichevole, dei soldi, acconsento. La storia si ripete con altre persone, devi dare ad ognuno almeno 10 birr, un terzo di euro, a volte pretendono soldi per ogni singolo scatto ed alla fine desisto, stufo dal tira e molla continuo.
La guida che ci accompagna non è in grado di gestire la situazione. Qui, a differenza dei Dorze, non c’è una gestione collettiva del turismo: ogni abitante cerca di vendere il proprio artigianato e la propria immagine ed il risultato, a mio avviso, è fallimentare, confusionario. Noi, diversamente da ieri, non compriamo nulla.

Intorno al villaggio si trovano i campi coltivati dai Konso, un sistema di terrazze costruite nel corso dei secoli per poter sfruttare i terreni collinari e per impedire l’erosione del terreno a seguito delle piogge stagionali. Le terrazze dei Konso sono patrimonio Unesco dal 2011. In ogni campo non si trova una sola coltura ma diverse, piantandone differenti qualcosa cresce sempre anche in condizioni climatiche avverse, evitando di impoverire il terreno. Tantissimi bambini, qualche donna e pochissimi uomini all’interno del villaggio, sono nei campi terrazzati a coltivare la terra. Le colture più importanti sono il sorgo, i fagioli, il cotone, il mais e il caffè. Il sorgo viene usato come farina e per produrre birra locale.

Interessante l’etnia Konso, anche se l’atmosfera non è stata cordiale come quella di ieri con i Dorze, continue richieste di denaro, comprensibilissime vista la povertà ma estenuanti, a volte sono aggressivi nel chiedere, onestamente sono contento che finisca.
È vero che sono a casa loro e non devono certamente agire come piace a noi… sicuramente siamo noi, col denaro, a prevaricare costumi e tradizioni. Come i Dorze, però, anche loro hanno fatto una scelta, quella di aprire le porte al turismo. A mio modesto parere lo stanno facendo in malo modo, concedendo poco e ricevendo ancora meno, l’organizzazione dei Dorze qui dista anni luce.

Raggiungiamo il lodge, fiori da tutte le parti, camera spaziosa, finestre aperte, zanzariera sul letto, anche qui cautela d’obbligo. Non c’è corrente, il generatore viene attivato alle 18.30. L’acqua è scaldata da una resistenza posta sopra il doccione, scalda l’acqua istantaneamente, dispositivo che mi fa sempre una gran paura, non oso immaginare che cosa succederebbe in caso di perdita di isolamento. Aspettiamo le 18.30, sotto la doccia ci accorgiamo che l’interruttore di protezione scatta in continuazione, Fiorella riesce a malapena a lavarsi mentre io devo cambiare camera in cerca di una doccia funzionante.
La camera non è isolata, la parte alta del muro termina con una parete di canne di bambù, sentiamo parlare i nostri vicini, bagno compreso, è come se fossimo in quattro in camera, sensazione non piacevole.

Ottima cena a buffet e poi ritorno in camera, a finestre chiuse avvertiamo uno sgradevole odore di muffa, non possiamo di certo aprirle, ronzano le zanzare ma abbiamo la zanzariera ed a prescindere Autan a fiumi… questa è l’Africa.

Meteo: Molto bello e caldo.

Dettagli: Percorsi circa 100 km, scattato 311 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 16 – Turmi: la terza etnia, i Dassanech

Oggi… piove! Si, è tutto coperto, non fa freddo (ci sono 24 gradi) ma siamo immersi nella nebbia, si vede poco. Non è stata una gran notte, lo scarso isolamento della camera ci ha condizionato, la zanzariera era bucata in più punti, non avvertiamo morsi di zanzare, speriamo bene. Come sovente capita, lo sciacquone non funziona: sono diventato un piccolo esperto a renderlo in qualche modo utilizzabile.
Colazione ottima, di tutto e di più, buonissime crepes. Abbandoniamo l’etnia Konso, lasciamo le loro terre scendendo da queste colline per raggiungere la pianura e una delle etnie che vivono più a sud dell’Etiopia. Attraverseremo il fiume Omo, arrivando a pochi km dal confine col Kenya.
Partiamo, tempo pessimo, tra la nebbia riusciamo vagamente a vedere i terrazzamenti dei Konso, grande lavoro che permette loro di riuscire a coltivare anche in collina. Arriviamo ad un belvedere, Weito, da qui dovremmo vedere la piana della valle dell’Omo ma il tempo non ce lo permette. Dobbiamo sperare che smetta perché, in caso contrario, potremmo avere dei grandi problemi di percorribilità delle strade, per la maggior parte sterrate.
Continuiamo a scendere, incontriamo dei villaggi che appartengono all’etnia Banna ma non ci fermiamo. La nostra prima meta è il villaggio di Turmi, dove ci fermiamo per pranzo. Non riesco nemmeno a fotografare dal finestrino dell’auto, la scarsa luce mi pone dei seri limiti.
Strade in terra rossa, tutte dritte, con deboli salite e discese, fango dappertutto… vedendo il bicchiere mezzo pieno, oggi non mangiamo polvere.

Eccoci, dopo circa 190 km arriviamo, siamo a circa 90 km dal Kenya. Turmi è un villaggio Hamar, uno dei gruppi tribali più popoloso. Continua a piovere anche durante il pranzo che consumiamo in un lodge ai margini del villaggio, cibo internazionale ed Etiope, tutto nella norma. Partiamo per la zona di Omorate, tutto asfaltato – i cinesi avevano fiutato il petrolio da queste parti e si sono prodigati a costruire una nuovissima strada. Di petrolio, però, nemmeno l’ombra, nessuna auto in transito, in compenso tantissimi animali.
Durante il tragitto dei bambini lanciano contro le auto delle pietre che procurano un gran bollo sulla portiera della vettura che ci segue, ci fermiamo ma ci resta solo il tempo di vederli fuggire.

Il tempo cambia, esce il sole ed il caldo si fa subito sentire. Arriviamo all’ufficio immigrazione, dobbiamo esibire i passaporti, vengono registrati, siamo vicini al Kenya. Imbarcadero, prendiamo delle autentiche piroghe in legno per attraversare l’Omo. Peccato che il tutto non duri più di cinque minuti, la riva opposta è vicinissima.

Ci avviamo attraverso i campi, con noi una guida del posto. In lontananza il campo dei Dassanech, tribù composta da 8 clan che vivono al di là del fiume Omo, alcuni di loro ci vengono incontro per accoglierci.
Terra rossa dappertutto, polvere, le loro case sono simili agli igloo, con una struttura in rami di acacia e un rivestimento in lamiera. L’interno è poverissimo, delle stuoie in pelle di zebù posate in terra ed utilizzate come materasso. In un angolo, il focolare per cucinare e tutt’intorno pentole, bidoni in plastica gialla per l’acqua, pochi utensili di legno e qualche zucca utilizzata come contenitore di liquidi.

Non ci sono uomini, solo un anziano, sicuramente sono al pascolo, vivono di pastorizia e di agricoltura coltivando soprattutto mais, sorgo e piselli. Le donne ed i bambini sono qui ad aspettarci: sono veramente tanti, diversi maschietti nudi, mentre le bimbe sono vestite di quel poco che hanno, in genere una gonnella. Le donne sono a seno scoperto, portano una gonna in pelle di zebù, a volte in stoffa, coloratissime collane intorno al collo. Sono molto belle. Sulle spalle hanno degli strani, piccoli rigonfiamenti: usano tagliarsi la pelle con spine di acacia, sollevarla ed infilare sotto della cenere, queste piccole gobbe sono considerate indice di bellezza. Capelli intrecciati in un modo singolare, le foto sicuramente aiutano a capire. Sono pagani, i ragazzi Dassanech vengono circoncisi e le bambine vengono sottoposte, in un’età compresa tra i 10 e i 12 anni, all’escissione del clitoride.

Il terreno è estremamente arido e la zona è malsana, le temperature superano i 35° e la zona, vista la vicinanza del fiume Omo, è ad alto rischio di malaria. Come stipulato con i Dorze, anche qui ognuno di noi paga 200 birr per permetterci di entrare nel campo. Non paghiamo subito ma alla fine dell’incontro, in un igloo dell’amministratrice del campo.

Deve essere molto dura vivere qui, le donne come al solito sono la vera anima del villaggio, oltre ad accudire i bambini si occupano di quanto riguarda il cibo e la sua preparazione, costruiscono ed accudiscono le loro case. La popolazione qui è tendenzialmente giovane, posano su delle stuoie il loro artigianato fatto prevalentemente di collane e bracciali, qualche oggetto in legno, tutti compriamo qualche cosa. Le ragazze più giovani si riuniscono in cerchio intorno ai bambini ed iniziano a ballare e cantare percorrendo un girotondo sotto i raggi del sole di volta in volta più colorati, è il tramonto.

Le auto ci aspettano, percorriamo la strada asfaltata per ritornare a Turmi, un bellissimo tramonto ci accompagna, uno stormo di avvoltoi su di un albero a contendersi la migliore posizione per la notte incombente, arriviamo al lodge.
Camera con due letti spaziosi, zanzariera per fortuna, riusciamo a malapena a farci la doccia, non c’è praticamente acqua. La cena è self service, non è eccezionale ma ci accontentiamo.

Meteo: Brutto fino alle 15 poi arriva il sole e tutto cambia.

Dettagli: Percorsi circa 350 km, scattato 230 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 17 – Turmi: i Karo e gli Hamer, quarta e quinta etnia

Tutto bene durante la notte, non ho notato la presenza di zanzare. Sveglia alle 7, oggi non abbiamo molti km da percorrere e ce la prendiamo comoda. Fuori non è molto bello, il cielo è velato, fa comunque caldo, intorno alle 7 ci sono 24 gradi. Colazione e poi partiamo, questa mattina incontreremo i Karo, un’etnia con una popolazione contenuta, circa 2000 persone.

La strada per raggiungere il villaggio è in pessime condizioni, parallelamente i cinesi ne stanno costruendo una nuova, serve ad uno zuccherificio che trasforma la canna da zucchero. Il paradosso è che vendono lo zucchero di canna ed importano quello di barbabietola, nello scambio ci guadagnano perchè quello di canna è più pregiato e rende di più. Parecchia manodopera locale a costruire la strada, sono pagati 200 birr al giorno, l’equivalente di circa 7 euro.

Arriviamo a destinazione, anche qui paghiamo 200 birr per poter accedere. Karo significa pesce, sono pescatori. In effetti il loro villaggio è posto sulle rive del fiume Omo. Un loro rappresentante con una discreta conoscenza dell’inglese ci accompagna spiegandoci i loro usi e costumi. Un tempo i Karo dominavano entrambe le sponde del fiume Omo, ma le guerre con i Nyangatom li hanno decimati e confinati sulla sponda orientale. I Nyangatom sono stati i primi a possedere i Kalashnikov, acquistandoli di contrabbando dal Sudan. Nel periodo compreso tra il 1980 ed il 1990 hanno condotto assalti sanguinosi alle tribù vicine, ampliando i loro territori e uccidendo membri di etnie come i Karo che usavano ancora le lance e gli archi come mezzi di difesa. Poi anche le altre popolazioni sono riuscite ad acquistare i fucili e cruente faide si sono protratte per lunghi anni. Nel 2010 entrambe le tribù hanno celebrato finalmente la pace, attraverso la mediazione di alcuni funzionari governativi, ma i Karo sono ormai vicini all’estinzione.

Si dipingono il corpo ed il volto con calce bianca, argilla e cenere. Le loro danze celebrano il raccolto, praticano il salto del toro come rito di iniziazione dei giovani, sono poligami (più ricchi sono più mogli hanno) e si sposano intorno ai 15 anni. Una moglie “costa” 100 capre oppure 10 bovidi, da pagare al padre della sposa. Sono di religione protestante, anche qui i missionari tedeschi sono arrivati per primi.
Le donne, come in quasi tutte le tribù, subiscono in giovane età l’escissione del clitoride mentre ai maschi, dopo la prova del salto del toro, viene asportata una parte dell’orecchio a simbolizzare il raggiungimento dell’età adulta.
Le donne usano abbellirsi con fiori, piume, perline, bracciali di semplice fattura, trafiggendosi il mento con un chiodo o un bastoncino di legno. Sia uomini che donne usano una gonnella, sovente a strisce colorate, il seno a volte è coperto altre no.
La loro lingua è nilotica, solo parlata, non ha un alfabeto, a scuola i bambini studiano l’Amarico e l’Inglese.

Nei villaggi Karo le capanne sono poste tendenzialmente al centro e sono protette da recinti in legno, pecore e galline in libertà. L’unico edificio in muratura è la scuola, con le mura esterne completamente dipinte. Sono agricoltori e pescatori, non hanno molto bestiame, coltivano soprattutto sorgo e fagioli. Non sono certamente ricchi ma non riscontriamo segni di carestia, la popolazione sembra in ottima salute. Dopo circa un’ora lasciamo il villaggio, ripercorriamo circa 80 km per ritornare a Turmi dove ci infiliamo in un mercato dell’etnia Hamer, semplicemente spettacolare. Racconterò degli Hamer in un altro post, visto che oggi pomeriggio andremo ad assistere al salto del toro in un loro villaggio disperso nella foresta.

Curiosità:

Olio. Non hanno olio di oliva, gli ulivi non crescono qui, utilizzano quello di girasole, di colza e quello di sesamo.
Serpenti. I dintorni di Arba Minch sono infestati da serpenti velenosi. Per evitare che gli zebù vengano morsi, i pastori sono costretti a fare un giro molto lungo per portarli all’abbeveratoio del lago dovendo utilizzare la strada asfaltata.

Etiopia – Turmi – 13/01/2020 • pomeriggio
La quinta etnia, gli Hamer

Ci siamo lasciati al mercato di Turmi nel bel mezzo dell’etnia Hamer, popolazione che conta circa 45.000 individui, una delle più numerose della valle dell’Omo.Gli Hamer vivono coltivando sorgo, grano, orzo, frumento, luppolo, miglio, tabacco, cotone ed ortaggi. Allevano mucche, buoi, capre e galline. Il miele, raccolto due volte l’anno, è un alimento fondamentale della loro dieta. Vivono in capanne di forma circolare costruite interamente in legno coperte con tetti di paglia. Sono in genere disposte in circolo, all’interno del cerchio il recinto degli animali.
Il bestiame costituisce un’importante fonte per la loro sopravvivenza. Un uomo è tanto più ricco quanti più capi possiede, per potersi sposare deve donarne diversi ai genitori della sposa.

Le donne indossano vestiti di pelle di capra e la tipica acconciatura “egizia” sui capelli, spalmano sulle loro treccine di colore rame una mistura di burro ed argilla rossa. Con loro sovente le calabasse, specie di anfore di zucca che utilizzano come contenitore di liquidi.
Le donne sposate indossano l’esente, una collana di ferro. La prima moglie porta, come simbolo della sua situazione privilegiata, il bignere, una collana in ferro sulla quale spunta una tipica protuberanza fallica. Fra le decorazioni preferite degli Hamer ci sono perline, collane con le cipree del Mar Rosso, anellini, piume di struzzo, braccialetti in ferro.
Gli uomini a volte hanno sulla testa dei copricapi di argilla colorata e decorata abbelliti da splendide piume di struzzo. Indossano una sorta di gonnellino corto e una stola sulle spalle, sovente con sé il loro immancabile Kalashnikov. Inseparabile loro compagno, uno speciale poggiatesta in legno, dal nome Borkota. Lo utilizzano come appoggiatesta durante il sonno e come sedile durante la giornata.

Intorno alle 14.30 partiamo alla volta di un villaggio disperso nella foresta, la nostra guida ha saputo da un suo collega locale che ci sarà la festa in onore di un giovane Hamer, festa a celebrare il suo passaggio tra la popolazione adulta. Per aver diritto a sposarsi ed avere una famiglia dovrà sottoporsi al “salto del toro”.
Il giovane ha già compiuto, precedentemente, una serie di fasi preparatorie e adesso è giunto all’evento finale consistente nel saltare e correre sulla schiena di una fila di tori senza cadere.

Circa due ore di auto in una strada sterrata, dissestata, ultimo tratto nel letto di un fiume in secca poi arriviamo. Saliamo al villaggio: la prima parte della festa, quella a margine dell’iniziazione del giovane, è già iniziata mentre la cerimonia vera e propria avrà luogo in un prato libero da capanne e recinti. Le donne, con dei campanelli attaccati alle gambe, iniziano a camminare, ballare e saltare in cerchio suonando delle trombette e chiamando gli uomini, che avranno il compito di frustarle con dei sottili rami secchi. Le donne parenti, e non solo, dell’iniziato, si fanno frustare per dimostrare l’amore per il ragazzo che sta rinascendo alla sua nuova vita di uomo maturo. Questi uomini sono chiamati “Maza”: sono giovani che hanno superato la prova del salto, ma ancora non si sono sposati. Il festeggiato, intanto, si prepara, radendosi i capelli per circa metà della testa, riposandosi, cercando di rilassarsi in vista della prova che gli toccherà al tramonto.
Le donne davanti a noi hanno la schiena sanguinante, chiarissimi i segni delle vergate, sembrano non curarsi del dolore, l’essere percosse dai maschi è, secondo le loro credenze, sintomo di coraggio.

In un altro lato del villaggio, dove avverrà il vero e proprio “salto”, le donne tostano i chicchi e preparano il caffè dentro anfore poste sul fuoco, mentre dentro enormi fusti di metallo bolle dell’acqua, alla quale viene aggiunta la farina di sorgo e di altri cereali per preparare il “bordé”, una birra artigianale, bevanda principe durante la festa.

Quando gli uomini arrivano sulla scena del salto, le donne corrono loro incontro, rubandosi di mano i rami con cui saranno frustate. Più segni verranno lasciati loro sulla schiena, più crescerà il rispetto che avranno nella tribù e più saranno considerate donne forti e coraggiose. Questo è il motivo per il quale le bambine iniziano a partecipare alla cerimonia all’età di circa dieci anni, le anziane continuano a prenderne parte e persino le donne incinte sono presenti, anche se cercano di evitare di ricevere colpi sul ventre.
Gli uomini mantengono per tutto il tempo un atteggiamento distaccato, sembrano disinteressati a partecipare, si fanno pregare dalle donne, che invece li incitano e li provocano. Le donne aspettano i colpi con il braccio alzato senza timore, non un solo lamento esca dalla loro bocca. Appena ricevuta la vergata con il ramo flessibile di un albero, corrono a raccoglierne altri e si presentano ad un altro uomo per essere nuovamente percosse.

I Maza hanno anche un altro importante compito, quello di radunare e tenere fermi i buoi in fila per il salto. È importante che i buoi siano fermi: il loro movimento potrebbe infatti causare la caduta del ragazzo. Nel caso non portasse a termine almeno 4 passaggi, per l’adolescente, chiamato Ukuli, sarebbe la pubblica umiliazione, un segno di cattiva fortuna, verrebbe frustato dalle donne e dai parenti, insultato e preso in giro, costretto ad aspettare un altro anno per poter ritentare la prova.

Il sole sta calando, i tori sono agitati, i Maza li stanno trascinando per costringerli a mettersi in riga. Il giovane Ukuli vaga in mezzo alla gente, la testa rasata a metà, momento estremamente importante per lui. Si toglie la gonnella, è completamente nudo, ad eccezione di due cordoni incrociati sul petto, viene indirizzato di fronte a una schiera di tori e ad un vitello: dovrà saltare il vitello, simbolo della sua infanzia, senza sfiorarlo e appoggiare il piede direttamente sul primo toro, quindi dovrà saltare da una schiena all’altra delle bestie senza cadere e senza aiutarsi con le mani. Per diventare uomo il giovane dovrà riuscire a compiere il percorso avanti e indietro per un numero di volte non inferiore a 4. È estremamente agile, riesce senza problemi, è il suo momento, la festa si protrarrà per altri due giorni in suo onore, è diventato uomo.

Sta diventando buio, celermente andiamo alle auto, ci tocca viaggiare nella foresta di notte. Tutto bene, raggiungiamo il lodge alle 20.30, doccia veloce e poi cena, siamo stanchi, andiamo a letto con in testa un’infinità di emozioni, anche contrastanti, vissute in una giornata trascorsa in mezzo a persone ed a costumi a dir poco “diversi”.

Meteo: Velature al mattino, più bello durante il pomeriggio, caldo.

Dettagli: Percorsi 170 km, scattato 485 fotografie.<br/ ><br/ >

Giorno 18 – Jinka: alla ricerca dei Mursi

Seconda notte trascorsa nel lodge di Turmi, tutto bene. Le zanzare ci hanno lasciato in pace, o per lo meno non ci siamo accorti della loro presenza. Abbiamo contratto il raffreddore ed il mal di gola, una tachipirina per contenere il problema. Purtroppo non disponiamo delle pastiglie per la gola, non le abbiamo mai portate con noi perché non ci è mai successo di patire simili problemi in viaggio, ne terremo conto in futuro. Oggi ci tocca tornare verso nord, lasciamo la bassa valle dell’Omo, il viaggio sta per terminare, ci avviciniamo ad Addis Abeba.

Sveglia alle 7, fa caldo come al solito, sembra molto bello, pochissime nubi, colazione nella norma e poi partiamo.
Target di giornata sono due mercati, il primo non troppo distante e frequentato da tre diverse etnie; il secondo a Jinka, meta di giornata.
Ci avviciniamo e ci accorgiamo di essere vicini, la strada si riempie di persone in cammino, stanno andando al mercato di Alduba. Questo è un luogo di incontro, si viene qui anche per socializzare, insieme troviamo gli Hamer, i Benna ed i Jamai.

Una guida locale ci accompagna, iniziamo dal mercato del bestiame, ci sono solo uomini, le donne vengono solo nel caso siano rimaste vedove e tocchi di conseguenza a loro occuparsi degli animali. Gli uomini portano con sé l’immancabile poggia testa ed il cellulare, è un must. Capre e bovidi in quantità, una coppia di tori lotta in un angolo. Le capre si vendono al kg, assistiamo alla pesatura, 52 birr (circa 1,5 euro) al kg. Non hanno bilance grandi per i bovidi, ne stimano il peso, in questo caso si parla di 250 birr al kg.

La maggior parte del commercio è in mano a commercianti provenienti dalle grandi città che qui vengono a comprare per poi rivendere dove c’è maggior richiesta. Parecchi bovidi nati dall’incrocio tra gli zebù e le mucche, incrocio che permette di ottenere fino a 20 litri di latte al giorno a capo. Questo animale ha una gobba sulla schiena, è una scorta di grasso, se è gonfia significa che l’animale riesce ad alimentarsi correttamente. In caso di carestia la gobba si sgonfia perché l’animale se ne nutre, smaltendo il grasso al suo interno. Grazie a questo può sopravvivere fino a circa 5 mesi. Questa parte del corpo è prelibata, gli etiopi la comprano dal macellaio e la consumano cruda.
Vendono il miele, non ci sono vasetti di vetro ma piccole zucche, costa 100 birr (circa 3 euro) al kg.
Si vende anche il sorgo, il mais, ogni contadino arriva con i propri sacchi e li svuota sul mucchio dell’acquirente che a fine giornata lo carica sul camion.

Ripartiamo, sostiamo in un locale a consumare i nostri panini, ne avanziamo parecchi, intorno a noi diversi bambini, li lasciamo sul tavolo, uscendo ci accorgiamo che hanno incontrato delle bocche da sfamare. Raggiungiamo Jinka, molto verde, siamo in compagnia degli Ari, l’etnia locale, sono numerosi, circa 400.000 persone. L’impressione è di essere in un posto più evoluto, ci sono negozi di tutti i generi, cose che al sud non abbiamo mai visto. Gli Ari sono agricoltori, coltivano anche il caffè, lavorano la ceramica e sono degli ottimi fabbri. Sono di religione protestante, i loro bambini frequentano la scuola.

Giriamo parte della città a piedi, arriviamo nel mercato, anche questo bello, diverso dai precedenti, proseguiamo per il nostro hotel, due km circa di strada sterrata.

La nostra camera è un ibrido, la parte anteriore ospita i due letti ed è una tenda unita da una porta ad una muratura col bagno all’interno, spartano ma funzionale, ci sono le zanzariere, questo è l’importante.
Il complesso è gestito da italiani, la cena a buffet per noi è stratosferica, il cibo migliore incontrato in tutto il viaggio.
Domani ultimo giorno, un salto veloce all’etnia Mursi poi il volo su Addis Abeba.

Meteo: Bello e caldo.

Dettagli: Percorsi 130 km, scattato 215 foto.<br/ ><br/ >

Giorno 19 – Addis Abeba: un salto dai Mursi… e poi ritorno a casa

La notte in tenda è trascorsa bene, anche qui in apparenza nessuna zanzara. Sveglia alle 6.10, l’hotel anticipa la colazione alle 6.45 a seguito di nostra richiesta, oggi abbiamo poco tempo, solo il mattino ed in programma c’è l’incontro con la tribù dei Mursi. Anche la colazione è ottima, cibo prettamente italiano, ci sono gli “oro Saiwa”, wow!
Fa bello, più fresco, alle 6 ci sono 18 gradi con l’80% di umidità.Entriamo nel parco nazionale di Mago, i Mursi vivono qui. Attraversiamo il fiume Omo, saliamo in quota ed arriviamo al villaggio. Come consuetudine nel sud Etiopia, paghiamo 200 birr a testa di ingresso al villaggio.
I Mursi sono pastori nomadi, contano una popolazione di circa 8000 abitanti. Si spostano alla ricerca di pascoli ed acqua per il loro bestiame, coltivano sorgo e mais. Stabiliscono i loro villaggi presso i corsi d’acqua dove coltivano la terra. Insediamenti piccoli, una ventina di capanne a forma di igloo, alte poco più di un metro, struttura di rami d’acacia, ricoperte di paglia. Cambiano frequentemente casa per sfuggire agli attacchi della mosca tsé-tsé, delle zecche, delle sanguisughe e delle zanzare. Nulla all’interno delle capanne, solo qualche stuoia in pelle di mucca stesa al suolo, utilizzata come materasso da donne e bambini, gli uomini dormo all’aperto. Un semplice focolare all’esterno per cucinare, si nutrono di sorgo e di mais, integrano cacciagione, prodotti dell’allevamento, della pesca e la frutta.

Praticano la poligamia, il marito può avere mogli anche in villaggi diversi, le donne non subiscono l’escissione e gli uomini non vengono circoncisi. La libertà sessuale è la norma per le donne fino a quando non viene fissata la data del matrimonio, intorno ai 16-17 anni. La sposa non ha il diritto di scegliersi il compagno, il padre e la famiglia decidono per lei, soprattutto in funzione della ricchezza del futuro marito e di quanto è disposto a pagare.

Prima del matrimonio, le donne si fanno incidere il labbro inferiore e vi inseriscono un piattello sempre più grande, ingrandendolo poco a poco. Per accogliere il disco, vengono estratti dai due ai quattro denti, di fatto gli incisivi dell’arcata inferiore. I piattelli labiali rendono difficile parlare, le donne lo indossano solo se in presenza di uomini e lo rimuovono per mangiare, dormire e quando si trovano tra di loro in compagnia dei bambini. Ogni donna crea i propri piattelli e li decora personalmente. L’allargamento con dischi sempre più grandi continua fino a quando raggiunge la misura di circa 10-12 cm di diametro, il processo completo richiede solitamente diversi mesi. Le scarificazioni sul corpo sono la normalità sia per le donne che per gli uomini.

Le donne anziane non coprono il seno e vestono in maniera diversa rispetto alle giovani che, normalmente, si coprono con delle stoffe colorate, spesse, al mattino qui non è così caldo. La foresta è la loro casa, qui nascono e qui vengono seppelliti, hanno una loro lingua, il Mursi. Sono bellicosi, piuttosto aggressivi, sembra che ultimamente l’alcool faccia parte della loro “dieta” creando ulteriori problemi. Bevono una specie di grappa che acquistano al mercato di Jinka, distante da qui circa 50 km. I turisti, sovente accompagnati da militari, vengono solo al mattino per evitare problemi con eventuali uomini ubriachi.

Entriamo nel villaggio, pochi uomini, qualche donna e diversi bambini che giocano nella terra. Una decina di capanne, piccole, in paglia, focolari esterni per terra, due pietre sulle quali appoggiare le pentole. Qualche albero a riparare le donne sedute in terra, intente a preparare i dischi labiali, una delle loro poche fonti di sostentamento, li vendono ai turisti. Hanno tutti i capelli molto corti, i bambini portano dei “disegni” fatti rasando parte dei capelli e lasciandone altre in rilievo. Il nostro accompagnatore, Alfredo, si presta ed una donna Mursi con le unghie laccate gli pratica delle incisioni sui capelli con una lametta da barba.
L’atmosfera non è delle migliori, sono molto distaccati ma riesco a capire. Parecchie donne senza il piattello, visibile la mancanza dei denti, mancando il labbro perché cadente, un po’ di saliva esce loro sul mento.

Non ci fermiamo molto, abbiamo fretta di rientrare, alle 14.20 parte il volo per Addis Abeba.
Ci fermiamo a Jinka per pranzo, un piatto di pollo ruspante, duro, molto saporito… di quelli che ti si piantano nei denti e lì restano.
Arriviamo all’aeroporto, reticolati e reti di protezione, strada di accesso sterrata, non ho mai visto nulla di più povero ed essenziale. Salutiamo gli autisti, a loro il compito di portare le auto ad Addis. C’è il metal detector, tutto viene controllato, una sola sala di aspetto con più di 30 gradi, il condizionatore in posizione centrale non funziona. Chiediamo al personale di aprire le finestre, sono restii ma poi acconsentono. Davanti a noi l’aeromobile, un turboelica della Ethiopian Airlines, partenza in perfetto orario, volo tranquillo.

Arriviamo ad Addis Abeba, un po’ mi manca la “battaglia” con i taxisti che contraddistingue ogni nostro viaggio, qui l’organizzazione si occupa di tutto, delle auto ci stanno aspettando.
Percorriamo via Bole, la strada più commerciale della città, traffico, molti taxi collettivi, infinità di palazzi in costruzione, la maggior parte delle auto sono di provenienza giapponese, Toyota su tutti.
Entriamo in un supermercato, anche qui la Nutella a prezzi improponibili, il vasetto da 450 grammi costa 425 birr, circa 12 euro! Panettoni e pandoro italiani di marca a me sconosciuta, pasta italiana della Arrighi ed un clone locale della Nutella, la Mapella, che costa la metà.
Manca corrente, non vediamo più in fondo al locale, è uno dei tanti black-out giornalieri. È ora di punta, fila chilometrica di persone in attesa di un taxi, ce ne sono 36.000 in città e non bastano.
Abbiamo una camera in day use, una doccia e poi cena in un ristorante tipico, buffet a self service, parecchio cibo, quasi tutto estremamente piccante, niente frutta, qualche dolce.
Aeroporto, un’ora e un quarto per raggiungere il gate di accesso, controlli a non finire.
Partiamo con tre quarti d’ora di ritardo ma a Torino arriviamo con 10 minuti di anticipo, tutto bene, siamo nuovamente a casa… un po’ di calma…

Ok è finita, tour intensissimo a volte troppo frettoloso, venti giorni trascorsi rapidamente in ambienti sempre diversi. È come se avessimo fatto tre viaggi differenti, le settimane si sono divise la particolarità dell’ambiente, il deserto, le montagne, ed infine, la valle dell’Omo con le sue verdi pianure.

Due doverose parole sull’organizzazione, funzionale, capace, struttura che ci ha permesso un viaggio difficilmente fattibile nel “fai da te”. Su tre settimane solo quella centrale, nell’altopiano, ha delle strutture e delle strade che permettono l’autogestione. Un grazie a Enoch, guida etiope ed a tutti i suoi collaboratori, ad Alfredo e Stefano, accompagnatori italiani, ad AMITABA, tour operator di Milano al quale ci siamo appoggiati per questa avventura.

Una nota di tristezza: una di noi sei, Maria, ha contratto la malaria. Al rientro, a seguito di febbre altalenante, è stata ricoverata per diversi giorni in ospedale, ma si è ripresa e sta lentamente ritornando alla normalità.
È un avvertimento anche per noi due, ultimamente siamo meno accorti rispetto al passato, sarà opportuno ritornare alle vecchie abitudini e sperare di avere sempre un briciolo di fortuna…

Grazie a tutti di essere stati con noi, è stato bello condividere.
Alla prossima
Fiorella e Luciano